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(tratto da Sigmagazine bimestrale numero 2 maggio-giugno 2017)

di Federico Brusadelli

Quando nel corso del 2015 le autorità sud-coreane, con una consistente accelerazione delle politiche volte a scoraggiare il tabagismo, decisero di alzare di circa l’80 per cento i prezzi delle sigarette, il primo risultato fu una sensibile crescita del mercato del vaping. I canali televisivi di home shopping iniziarono a promuovere ecig, con risultati più che lusinghieri: “Abbiamo ricevuto più di tremila richieste d’acquisto solo nella prima ora”, raccontò al giornale Joongang Daily uno dei responsabili delle trasmissioni di CJO Shopping, colosso del settore delle televendite. E nel giro di poche settimane, altri canali seguirono l’esempio, arrivando a dedicare tre trasmissioni al mese all’alternativa al tabacco. Lo stesso anno, come sottolineato da un rapporto della Ernst & Young, la Corea del Sud era l’unico Paese in cui il 58 per cento dei consumatori di sigarette elettroniche si definivano “utenti regolari” e non occasionali, e per il 60 per cento (record mondiale) si proclamavano “ex fumatori”, mentre la percentuale di “dual users” precipitava dal 79 al 34 per cento. Numeri inequivocabili – confermati poi dal volume delle importazioni registrate dalle autorità doganali di Seul, ovvero 13,5 milioni di dollari nel 2015 – che fotografano un passaggio di massa dal tabacco al vapore. Un esodo non frenato dalla decisione governativa di includere, a stretto giro, anche le ecig nel novero dei prodotti legati al mondo del “fumo” e dunque soggetti a una robusta tassazione e a un conseguente aumento dei prezzi.
Ma i numeri parlano chiaro, e il Paese estremo-orientale rappresenta davvero una success story nel processo di diffusione dell’ecig, soprattutto in un contesto, come quello asiatico, in cui si impone un approccio di chiusura, se non di lotta, al fenomeno del vaping.
La disaffezione dei sud-coreani per il tabacco veniva dimostrata anche da un dato di colore, ma interessante: la bassa percentuale di consumatori che sceglievano di svapare al gusto tabacco, preferendo piuttosto aromi naturali e fruttati, o il grande balzo del numero di adolescenti consumatori, che dall’1 per cento del 2007 ha sfiorato il 10 nel 2015, l’anno della svolta.
Grandi numeri e dettagli minori che forniscono un quadro chiaro e non certo inedito, dal punto di vista globale: la lunga marcia della sigaretta elettronica si configura ormai come un dato acquisito in numerose realtà mondiali, presentandosi come una dinamica ben attiva e produttiva anche al di fuori del contesto “occidentale”. L’anno d’oro del vaping sud-coreano, seppure giunto in ritardo rispetto ad altri contesti, presenta elementi interessanti. Innanzitutto, la velocità nella crescita del fenomeno, e la sua stretta connessione con le regolamentazioni anti-tabacco sintetizzata dai dati già citati, dimostra la ricaduta immediata che tali politiche possono avere nella ricerca, da parte del consumatore, di alternative allo stesso tempo più economiche e più salutari rispetto alla sigaretta tradizionale. Inoltre, la diffusione tra i più giovani ha catturato l’attenzione degli osservatori del caso coreano. Un fenomeno, questo, il cui trend positivo segue quello del successo generale tra la popolazione sud-coreana nel suo complesso, che si presta tutt’oggi a un vivace dibattito giornalistico ed accademico, ma anche a riflessioni sulla possibilità di “legalizzare” la pubblicità del vaping rivolta al mondo dei giovanissimi.
Intanto, l’esistenza stessa di tali studi e dibattiti conferma la penetrazione della sigaretta elettronica nella società sud-coreana a seguito della sua rapidissima e incontestabile ascesa. Il Paese costituisce un’oasi felice, dal punto di vista regionale. Cina a parte, il continente asiatico sembra aver scelto la via del controllo e della repressione del fenomeno vaping. Nella migliore delle ipotesi vi è incertezza legislativa, nella peggiore, politiche apertamente restrittive. In Brunei, Vietnam e Singapore vige il divieto di manifattura, importazione, vendita, uso e possesso di ecig; misure draconiane cui fanno eco le scelte thailandesi e cambogiane, per cui importazione e vendita sono proibite mentre sulla possibilità di produrre sigarette elettroniche sopravvive una situazione di ambiguità legislativa, in attesa di pronunciamenti più chiari. Una situazione ai limiti dell’assurdo, poiché nonostante i divieti, è proprio da tali Paesi asiatici che giungono spesso i prodotti (a partire dai liquidi) del mondo del vaping, mentre le strade di Hanoi o della vecchia Saigon pullulano di negozi di ecig, con buona pace delle autorità.
Con la Malesia fino a poco tempo fa “paradiso del vaping” e oggi “incubo” delle regolamentazioni restrittive, Taiwan e il Giappone che ne permettono l’uso e la vendita con restrizioni relative all’eventuale presenza di nicotina, e Hong Kong che ne vieta l’importazione (presumibilmente per evitare di arricchire la vicina-rivale Shenzhen, che come nuovo hub commerciale e industriale del sud della Cina sta scalfendo anno dopo anno la vecchia gloria economica della ex colonia britannica), la Corea del Sud è, assieme alle Filippine e al già citato ex Celeste Impero (che della prima ecig detiene oltretuttto il brevetto), l’unica realtà pienamente “liberale”. Anzi, per dirla con Thomas Schmid di Tobacco Asia, è “the most liberal kid on the block”.