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di Stefano Caliciuri

Usando la sigaretta elettronica si hanno 57mila possibilità in meno di avere un tumore e di inalare sostanze cangerogene. I vapori della sigaretta elettronica confermano la loro ridotta rischiosità rispetto il fumo da tabacco combusto. Lo studio, pubblicato sull’autorevole rivista Science Direct,  è candidato a divenire un punto fermo nella discussione accademica e scientifica internazionale.   Ma l’aspetto ancora più importante è che l’èquipe di ricerca è interamente italiano e proviene dall’Università di Cassino: Mauro Scungio, Luca Stabile, Giorgio Buonanno. La valenza della ricerca è stata sottolineata con un pubblico elogio anche da Konstantinos Farsalinos, medico greco tra i punti di riferimento della ricerca internazionale applicata al vaping.
Scungio, Stabile e Buonanno hanno misurato la dimensione e la ripartizione delle masse delle particelle che si librano nell’aria dopo la vaporizzazione. I risultati hanno dimostrato che il vapore delle sigarette elettroniche sprigiona microparticelle inferiori a 10 μg (PM10), ovvero meno di cento volte in rapporto alle sigarette tradizionali. In seguito ai calcoli sul livello di tossicità, l’evidenza è che il fumo di sigaretta combusta ha 57mila possibilità in più di causare il cancro. L’equivalenza è stata dimostrata da Farsalinos.
Se fino ad oggi sulla pietra miliare del vaping si poteva leggere che riduce il danno del 95 per cento, da oggi bisogna incidere un’altra frase senza possibilità di replica: il vaping riduce il danno di 57mila volte. Parafrando un vecchio spot pubblicitario, si potrebbe concludere: vaping, silenzio parlano i numeri.