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di Barbara Mennitti

La sigaretta elettronica è il primo strumento a favore della riduzione del danno e dei rischi del tabacco. Ma affinché questo possa essere seriamente preso in considerazione anche dalle istituzioni occorre l’unità di tutti gli stakeholder con il supporto di comunità scientifica e classe politica. E’ la tesi conclusiva del convegno organizzato da Anafe in collaborazione con l’intergruppo parlamentare sulla sigaretta elettronica che si è svolto questa mattina a Palazzo Giustiniani a Roma. Sono intervenuti Massimiliano Mancini e Umberto Roccatti (presidente e vice presidente di Anafe), Ignazio Abrignani (presidente dell’Intergruppo parlamentare per la sigaretta elettronica), Maria Rizzotti (vicepresidente della Commissione sanità del Senato), Fabio Beatrice (direttore di Otorinolaringoiatria dell’ospedale San Giovanni Bosco a Torino), Sebastiano Barbanti (deputato membro dell’Intergruppo ), Agostino Macrì (Unione consumatori), moderati da Carmelo Palma e Stefano Caliciuri, rispettivamente direttori delle riviste Strade e Sigmagazine. Atteso anche il sottosegretario alla salute Davide Faraone che però alla fine non è riuscito a partecipare all’incontro.
Il professor Fabio Beatrice ha toccato un punto fondamentale nella lotta al tabacco: i fumatori non possono essere obbligati a smettere di fumare, bisogna accompagnarli suggerendo loro strumenti alternativi che riducano il rischio.  “Se un fumatore non riesce a smettere di fumare, bisogna fargli una proposta ricevibile e cioè consigliare un metodo che gli consenta di continuare ad assumere nicotina, senza i danni derivanti dalla combustione di tabacco“.
“Troppo spesso – ha aggiunto Beatrice – i fumatori appaiono abbandonati, se non ghettizzati, mentre ci si concentra sui divieti o su questioni fiscali. Anche a causa di questa impostazione si perde l’occasione di aiutare  gli 11,5 milioni di tabagisti italiani che continuano ad ammalarsi e, purtroppo, a morire”. L’esempio da seguire è quello della Gran Bretagna: Public Health England proprio in questi giorni ha lanciato una campagna di sensibilizzazione a sostegno dei prodotti a rischio ridotto. Lo Stato britannico non considera i fumatori colpevoli ma li accompagna nel percorso di disintossicazione dalle scorie della combustione. “E’ la combustione – ha spiegato ancora Beatrice – la principale responsabile della tossicità delle sigarette. I fumatori che non sono riusciti a smettere con i metodi tradizionali dovrebbero essere indirizzati verso la sigaretta elettronica, che è del 95% meno dannosa della sigaretta normale. D’altra parte, l’ecig e i riscaldatori non dovrebbero essere inquadrati solo come strumenti medicali di sostegno alla cessazione, ma più semplicemente in un processo di sostituzione della sigaretta, con l’obiettivo ultimo di ridurre le malattie fumo-correlate e i decessi. Sta ai decisori di oggi – ha concluso Beatrice – immaginare e pianificare un futuro senza sigarette”.
E i decisori, almeno per quanto riguarda i componenti dell’Intergruppo parlamentare per la sigaretta elettronica, hanno raccolto l’invito, estendendolo anche alle associazioni della filiera del vaping. “E’ compito della politica – ha detto il Presidente dell’Intergruppo Ignazio Abrignaniprendere consapevolezza del fatto che tutti i nuovi prodotti a rischio ridotto, a cominciare dalle ecig, vanno tutelati non tanto come strumento per smettere di fumare, ma proprio come strumento per la riduzione del rischio rispetto alle sigarette tradizionali”. “L’aspetto fiscale – ha aggiunto – è senza dubbio centrale. E’ necessaria una tassazione sostenibile, ma è opportuno attendere il pronunciamento della Corte Costituzionale che dovrà decidere la cornice entro la quale sarà opportuno e giusto muoversi”. E poi l’appello rivolto alle aziende e alla filiera del settore: “La politica deve fare la sua parte. Ma anche il mercato e le imprese devono garantire alle istituzioni il proprio sostegno, contribuendo ad individuare con i decisori pubblici le priorità e la direzione da percorrere. In definitiva – ha concluso Abrignani – tutti devono fare, ciascuno nel proprio ruolo, la propria parte. Per farlo, lancio la proposta di un’associazione del rischio ridotto che si faccia promotrice di queste istanze”.
Massimiliano Mancini, presidente di Anafe–Confindustria ha coniugato il tema della salute con quello della fiscalità. “Il tema medico-scientifico è strettamente legato a quello fiscale. Attendiamo con rispetto il pronunciamento della Corte Costituzionale. Ma se un prodotto fa meno male, deve essere incentivato anzitutto attraverso una tassazione agevolata, legittima sotto il profilo costituzionale, sostenibile e coerente con gli interessi delle aziende che vogliono svilupparsi, fare investimenti e creare occupazione. La filiera industriale è pronta a fare le sua parte. Abbiamo avviato una nuova stagione di confronto con le istituzioni, fatta di dialogo e ascolto reciproco, che auspichiamo ci consenta di raggiungere quei risultati che in passato ci sono stati preclusi. Il convegno di oggi non è un punto d’arrivo, ma un nuovo inizio”. Anche Umberto Roccatti ha espresso forti aspettative per la sentenza della Corte, “soprattutto perché non si può pensare che lo Stato possa continuare a chiedere un’accisa già in parte definita anticostituzionale su un prodotto che, se incentivato, gioverebbe alla salute di milioni di persone e al contempo alla floridità della sanità pubblica“.