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di Stefano Caliciuri

In questi giorni molto rumore stanno provocando gli emendamenti presentati in Senato per rimodulare il settore del vaping. Varie le proposte emendative di cancellazione o variazione della tassazione o di disposizioni normative che stravolgerebbero il comparto. Se sul fronte tassazione nulla potrà essere riscritto, se non tenendo conto della sentenza costituzionale in procinto di emenazione, il riordino del settore invece potrebbe essere disposto in qualunque momento. Sarebbe sufficiente inserire il dispositivo di riassetto all’interno di un qualunque decreto per ritrovarsi ad osservare un altro panorama regolamentare. L’esperienza insegna che anni fa venne utilizzato il cosiddetto Decreto svuotacarceri per attingere finanze a discapito del fumo elettronico e le conseguenza stanno trascinandosi  ancora oggi.
Nel turbinìo di ipotesi e scenari, è prevalente l’auspicio di dotare rivendite specializzate e tabaccai di apposita licenza per vendere e maneggiare la nicotina liquida. Una formalità che sposterebbe il mercato della nicotina dentro una rete vendita e distributiva riconosciuta e tracciabile. Più sicurezza, maggior trasparenza, minori prodotti spazzatura. Se i tabaccai posseggono già adeguati requisiti, i rivenditori specializzati dovrebbero essere invece sottoposti a giudizio che possa determinare la liceità di esistenza. In campo sono stati lanciati alcuni parametrati in via di definizione: sembrano prendere sempre più corpo quelli che stabiliscono distanze di tolleranza e fatturati minimi mensili. In questi ragionamenti futuristici, è stata tralasciata la terza gamba della rete vendita: la farmacia. Nata come strumento di riduzione del danno da tabacco, la sigaretta elettronica ha fatto il suo ingresso nel commercio italiano attraverso il canale delle farmacie per poi diventare negli anni uno strumento di massa e di uso ricreativo. “Quando si parla di sigaretta elettronica – commenta Fabio Regazzi, fondatore e titolare di Categoria, marchio dal 2009 presente nelle farmacie e nelle tabaccherie – e di disegni politici volti alla monopolizzazione del mercato, ci si dimentica spesso che esiste una rete vendita, forse di minoranza e di nicchia, ma che è stata fondamentale per lo sviluppo del settore. Il consumatore che si rivolge in farmacia vede nella sigaretta elettronica un reale strumento di riduzione del danno. Sa che non si tratta di un farmaco, ma il blasone e l’autorevolezza del farmacista incidono notevolmente sul giudizio del consumatore“. Secondo Regazzi, il quadro normativo che si andrà a delineare non può non tenere conto delle farmacie. “Non si può chiedere ad un farmacista di dotarsi di una licenza per vendere la nicotina liquida, così come non gli si può chiedere di pagare ad esempio mille euro all’anno per mantenerla. Il farmacista deve essere considerato come un valore aggiunto per l’intero settore: se i fatturati possono essere considerati trascurabili, non deve essere così per il blasone farmaceutico di cui indirettamente si dota la sigaretta elettronica“. L’hard vaper che necessita di consigli tecnici o di liquidi e strumenti avanzati si ricolgerà al negozio specializzato; il fumatore che vuol provare la sigaretta elettronica probabilmente avrà gioco facile ad acqusitarla in tabaccheria; le persone che devono smettere di fumare anche dietro suggerimento medico probabilmente scegliranno la farmacia e il dispositivo loro proposto dal camice bianco dietro il bancone. “Purtroppo la storia si ripete e ciclicamente dobbiamo sopportare attacchi da vari fronti. Credo però che l’atteggiamento idoneo non sia alzare le barricate e tentare l’arrembaggio dialettico, ne usciremmo ugualmente con le ossa rotta. Credo piuttosto che dovremmo sederci tutti insieme e discutere una exit strategy dall’attuale situazione di stallo. Dovremo però farlo con umiltà, pacatezza e rispetto dei ruoli datoriali, associativi aziendali“. Tabaccai, negozi specializzati e farmacie, dunque. Secondo Regazzi è il trittico sufficiente per soddisfare tutte le esigenze della filiera e le richieste dei consumatori. “Non dimentichiamoci – conclude Regazzi – che il vero spauracchio all’orizzonte si chiama grande distribuzione. Se non troviamo un accordo tra di noi e non scriviamo le regole in tempo, rischiamo di esser spazzati via da una potenza distributiva e commerciale a cui non saremmo in grado di resistere“.