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di Barbara Mennitti

Il ministro delle Finanze turco, Naci Ağbal, ha appena dichiarato che i progetti per permettere l’importazione e la produzione di prodotti elettronici per la somministrazione di nicotina (cioè di ecig) e di riscaldatori di tabacco sono ritirati. Dunque in Turchia rimarrà vietato importare o produrre prodotti alternativi al fumo. E a diffondere la notizia con toni trionfalistici è addirittura l’Organizzazione mondiale della sanità, orgogliosa di avere sventato “la nuova strategia proposta dall’industria del tabacco”. Il comunicato dell’Oms a sostegno della decisione turca, riporta le dichiarazioni della professoressa Hilal Özcebe dell’Università di Hacettepe, che sostiene come le sigarette elettroniche siano dannose esattamente quanto quelle di tabacco.
È molto triste che l’Organizzazione della sanità senta il bisogno di ricorrere ad affermazioni prive di fondamento scientifico per difendere la sua politica nel campo del controllo del tabacco. E dunque grazie anche all’Oms, nel Paese di Erdogan si continuerà a utilizzare i metodi di dissuasione usati finora e che hanno portato a risultati mirabolanti. Cioè il 43 per cento di fumatori fra gli uomini adulti, il 18,2 fra le donne e un terribile 16,8 per cento fra i ragazzi fra i 13 e i 15 anni. Tassi di gran lunga superiori ai Paesi dove è consentita la vendita dei prodotti del vaping. E allora chi è alla fine che guadagna davvero da questo divieto?