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“La mia ricetta? Via la tassa ed etichette semplici”

Fra sette mesi il mondo del fumo elettronico cambierà. Se in meglio o in peggio ancora nessuno può prevederlo, ma certamente la Direttiva europea sui tabacchi ha dato un segnale forte nei confronti del mercato: o si rispettano le regole o si è fuori dai giochi. Ma quale è il confine che traccia il limite tra una regola “buona” e una regola “sciocca”? La Tpd contiene molte falle: contraddizioni che dovranno necessariamente essere risolte in fase di navetta parlamentare. Soltanto chi saprà individuarle e sanarle potrà avere il sostegno di un comparto che da anni lotta contro pressioni, intimidazioni e vessazioni, ormai divenute insostenibili nel medio periodo. Lorenzo Fontana ha un punto di visto privilegiato: europarlamentare da sei anni, ha – suo malgrado – avuto modo di vedere “dal di dentro” la trasformazione di un’idea in Direttiva. La capacità di un politico è misurata anche attraverso l’abilità con cui riesce a trasformare le sconfitte in vittorie. Quando cioè riesce a veicolare e trasformare un messaggio di nicchia a priorità della maggioranza. Ed è proprio l’obiettivo di Fontana: supportare il settore del fumo elettronico perché a giovarne non sarebbe solo il comparto ma più in generale anche l’economia e la salute pubblica.

Recentemente il governo Renzi ha recepito per decreto la direttiva europea sui tabacchi e derivati. Ora il documento dovrà passare alle Camere. Facciamo un po’ di chiarezza: un Parlamento nazionale quali margini ha di poter cambiare una Direttiva europea?

I margini sono ristretti, per la ragione che in Italia, con la “legge di delegazione europea” è in vigore un sistema semi-automatico di recepimento delle direttive comunitarie: una volta concessa al Governo una delega cumulativa a scatola chiusa, questo emana una serie di decreti legislativi sui quali le Camere possono fornire soltanto un parere non vincolante. Inoltre, in linea generale, agli Stati membri è concesso sempre meno margine di manovra, per via del dettaglio con cui ormai sono scritte le direttive: una consuetudine che, a ben vedere, contrasta con i principi di sussidiarietà e proporzionalità sanciti nei Trattati. Però conta anche la volontà politica: il governo in carica, e storicamente il centrosinistra, è molto prono quanto si tratta di attuare le linee guida di Bruxelles. Noi non la pensiamo così, anche perché su tassazione e deregolamentazione sulle etichette la direttiva qualche spazio determinante di cambiamento lo lascia.

L’Italia è tra stata i primi Paesi al mondo ad aver introdotto una normativa sui prodotti da fumo elettronico con divieti per i consumatori e obblighi per le aziende. In fase di scrittura, quanto influisce il “potere delle lobby” sulla condotta del legislatore?

Schermata 10-2457325 alle 16.04.39Le cito un aneddoto. Recentemente, il Commissario al commercio dell’Ue Cecilia Malmström ha freddamente ammesso: “Non ottengo il mio mandato dal popolo europeo”. Salvo successiva precisazione di rito, ovviamente. Lascio ai lettori trarre le conclusioni. Purtroppo continua a permanere un sistema di pressione dei grandi gruppi privati e delle multinazionali, in qualsiasi ambito, sulla classe dirigente politica, a dispetto ovviamente dei piccoli imprenditori e dei consumatori e dei nuovi settori o prodotti, come quello dello svapo.

In Europa le lobby sono normate e riconosciute. Perché secondo lei in Italia si tende invece ad agire nell’ombra e far pressione di nascosto?

Credo per due fattori contrastanti che però sono due facce della stessa medaglia. Da un lato da noi c’è un pregiudizio negativo sulle lobby a prescindere: in realtà organizzarsi in gruppi di pressione e confrontarsi con chi governa non è di per sé sbagliato, dipende da chi si organizza e con chi ci si confronta, dipende se la battaglia è giusta o sbagliata. Purtroppo spesso sono solo i grandi gruppi economici ad avere gli strumenti per far lobbying e questo è sì negativo, perché rafforza la loro posizione dominante a danno dei piccoli attori. D’altro canto in Italia si agisce nell’ombra anche, credo, per ragioni antropologiche e culturali; gli italiani sono più levantini e Roma come centro di potere, in questo senso, è l’emblema di una certa opacità.

Tornando all’Italia, non solo è tra i pochi Paesi ad aver tassato i liquidi di ricarica delle sigarette elettroniche ma lo ha fatto in maniera spropositata: quasi 5 euro di tassa fissa su un prodotto che costa all’ingrosso circa 1,2 euro. Il risultato: a fronte dei 120 milioni di euro messi a preventivo, ne sono entrati poco più di 10…

Schermata 10-2457325 alle 15.58.32In generale ho sempre dubitato e continuo a dubitare, come ho avuto già modo di dichiarare pubblicamente in altre circostanze, che la tassazione elevata possa costituire un disincentivo al fumo, sia tradizionale che elettronico, perché se tu tassi in Italia, il consumatore si rifugia o nel mercato nero, sempre fiorente, o – nel caso del fumo elettronico – nel ‘fai da te’ e nel mercato dell’online all’estero. E’ invece indubitabile che così facendo si puniscono i piccoli produttori e i commercianti italiani, che lavorano onestamente, e i nuovi settori come quello dello svapo, non certo le multinazionali del tabacco. E l’esempio da lei citato sui liquidi di ricarica delle sigarette elettroniche dimostra che una tassazione spropositata non è una buona soluzione nemmeno dal punto di vista finanziario e per le casse dell’erario.

La Lega Nord è da sempre vicina alle istanze dei consumatori e delle aziende del comparto, sono numerose infatti le mozioni e interpellanze a firma di parlamentari LNP. Foste voi al governo, quali iniziative adottereste a tutela del settore?

Schermata 10-2457301 alle 19.34.44Pur nei margini ristretti che ricordavo prima, qualcosa di decisivo si potrebbe fare. Penso a una netta riduzione fiscale, in primis l’azzeramento su tutto ciò che non è nicotina, fino a una sfoltita dei lacci e lacciuoli che l’attuale governo ha messo, vedi l’eccesso di regole sull’etichettatura. Non bastasse la tassazione esagerata, anche l’iper-regolamentazione porta a un aumento dei costi per le aziende del settore. La Lega su questi aspetti ha una sensibilità opposta a quella dell’attuale maggioranza. Come anche nel rapporto con l’Ue: il centrosinistra tende sempre a eseguire ciò che proviene da Bruxelles, la nostra volontà politica invece è affrancarci da un certo dirigismo europeo.

Buona parte della comunità scientifica (tra gli italiani cito ad esempio Umberto Veronesi e Riccardo Polosa) sostiene che la sigaretta elettronica sia un ottimo strumento per smettere di fumare. L’istituto superiore di sanità inglese ha addirittura proposto di rendere le ecig prescrivibili con ricetta medica. Perché secondo lei tanta resistenza da parte del nostro Governo?

Durante l’iter della direttiva sui tabacchi, vivace è stato il confronto tra chi intendeva autorizzare le sigarette elettroniche soltanto come medicinali e chi, come noi, intendeva lasciare la libertà di immetterle sul mercato o come medicinali o come prodotti commerciali. Fortunatamente ha prevalso il buonsenso: se fosse passata l’autorizzazione esclusivamente come medicinale, avremmo favorito le potenti multinazionali del farmaco a scapito di un’intera filiera costituita perlopiù da piccole e medie imprese. Credo che questa parte positiva della direttiva andrebbe recepita anche dall’Italia, con un atteggiamento più costruttivo e aperto nei confronti delle ecig. Tuttavia il governo Renzi forse ha altre sensibilità, strizza l’occhio nella fattispecie a quegli stessi ambienti che spingevano per catalogare le ecig a medicinali.

A fine novembre Verona, proprio la sua città, ospiterà il Vapitaly, la prima fiera internazionale del comparto fumo elettronico. Sarà un’occasione di confronto per oltre cento aziende e migliaia di consumatori…

Schermata 10-2457297 alle 14.10.29Visti i riscontri positivi della comunità scientifica sul ruolo delle sigarette elettroniche come strumento per smettere di fumare, considero positivo che le aziende del settore si ritrovino e facciano sistema per combattere lo strapotere delle multinazionali del fumo. Il Veneto, poi, assieme a Lombardia e Piemonte, è la Silycon Valley italiana del fumo elettronico e quindi è normale che Verona, e il Vapitaly, nell’occasione possa fungere da punto di incontro per il comparto.

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