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(tratto da Sigmagazine bimestrale numero 1 marzo-aprile 2017)
di Giovanni Favino

Il mondo dei vaporizzatori personali è fatto certamente di estetica, prestazioni e nuvole di vapore sempre più grosse e “grasse”. Tutto però inizia da un filo che viene scaldato. Attualmente il mercato ne offre di diverse tipi, classificati con sigle e numeri che a prima vista possono sembrare oscuri: Ni200, Ti01, SS, FeCrAl, NiCr, NiFe48. Abbreviazioni che descrivono i diversi materiali di cui è composta la resistenza (coil), cioè l’elemento riscaldante che vaporizza il liquido. Non tutti, però ,vanno bene per ogni stile di svapo: alcuni sono riservati al controllo di temperatura (Tc), altri sono adatti se vengono usati in modalità classica e solo alcuni sono ambivalenti.
Nell’ambito del controllo temperatura possono essere utilizzati Ni200, Ti01 e NiFe, rispettivamente il nichel, il titanio e il nichel-ferro, indicati per il Tc in virtù della loro capacità di aumentare il valore di ohm all’aumentare del calore. Questa proprietà è alla base del controllo di temperatura. La sigla SS seguita da un numero identifica invece l’acciaio inox.  Il più utilizzato è l’SS316L, ma è presente anche il 304 e il 317.  Può essere usato sia in TC, sia in modalità variwatt, quella cioè in cui si regola solo la potenza.
Se non si desidera svapare a temperatura controllata, la scelta ricadrà per forza sul kanthal, tecnicamente noto come FeCrAl (lega di ferro, cromo e alluminio), sul nichrome (NiCr) o sull’acciaio. In qualunque caso non è però consigliato effettuare il cosiddetto “dry burn”, un metodo spesso utilizzato per pulire la resistenza nel momento in cui si cambia il cotone. Si tratta, all’atto pratico, di un’accensione a secco, che interessa principalmente il mondo degli atomizzatori rigenerabili. Si porta la resistenza a incandescenza, per bruciare eventuali residui e procedere quindi a una maggiore pulizia. È opinione di alcuni medici e chimici che questa operazione rischi di danneggiare la resistenza ed esporre il nostro organismo a sostanze dannose. L’incandescenza crea infatti delle micro fratture nel materiale, indebolendo quindi il filo e dando potenzialmente origine a un rilascio di particelle allergeniche.
Ogni materiale presenta caratteristiche proprie che emergono soprattutto durante la fase di rigenerazione della coil. Il Ni200 ad esempio è più malleabile, ma è anche molto allergenico; il titanio ha una buona resa aromatica, ma è più complicato da lavorare; l’acciaio è pratico e atossico, ma rischia di essere poco preciso in controllo temperatura, e così via. In modalità watt il discorso si semplifica poiché kanthal, nichrome e acciaio godono di proprietà simili, per quanto siano presenti differenze anche in questo caso, principalmente nella restituzione aromatica.
Le preferenze personali sono, alla fine, quelle che contano maggiormente, ma qualunque scelta si voglia fare, va sempre tenuta presente la destinazione di utilizzo. L’importante è abbinare sempre il giusto filo alla sua esatta modalità di impiego. Utilizzare in variwatt un filo per TC, o usare in controllo temperatura un materiale destinato al power mode, rischia di esporre il consumatore a ossidi e sostanze tossiche che nulla hanno a che vedere con la riduzione del danno, che è poi uno dei principali punti di forza del vapore elettronico.

Giovanni Favino, laureando in Tecniche di laboratorio biomedico.