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di Stefano Caliciuri

La vicenda che sta coinvolgendo il settore del fumo elettronico è lo specchio della classe  politica del Paese. Come riportato da Leonardo Sciascia nel libro L’affaire Moro, già Nenni soleva definire lo Stato italiano “forte con i deboli, debole con i forti“. La situazione paradossale sull’imposta di consumo dei liquidi di ricarica la dice lunga sulla superficiale leggerezza – per non dire altro – con cui fino ad oggi è stata governata la materia.
L’imposta di consumo sui liquidi di ricarica per sigaretta elettronica con o senza nicotina è effettiva. Dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della sentenza della Corte costituzionale il balzello è tornato a dover essere applicato in attesa di ulteriori ed eventuali ricorsi. Ogni 10 millilitri dovrà essere aggiunta la somma di 4,7 euro.
I giudici della Consulta hanno evidenziato in sentenza che “il tratto unificante dell’oggetto dell’imposta sarebbe dato dalla destinazione impressa dal fabbricante – che è il soggetto passivo dell’imposta – al prodotto, ossia la sostanza liquida, funzionale all’aspirazione del vapore generato dalla stessa per mezzo del dispositivo con l’apparenza del fumo di sigaretta tradizionale. La succedaneità dei prodotti da fumo sarebbe individuata razionalmente dal legislatore nella funzione sostitutiva del tabacco, impressa dal produttore al liquido inalabile senza combustione mediante apposito dispositivo“. Stabiliscono, cioè, un pericoloso criterio di tassabilità di una sostanza a seconda dell’utilizzo, causando un corto circuito fiscale e legislativo che – ne siamo convinti – dovrà essere rapidamente e urgentemente sanato.
Se non ci sono dubbi sulla effettiva destinazione d’uso dei liquidi di ricarica tradizionali, quelli contenenti nicotina o quelli aromatizzati e premiscelati, qualche perplessità rimane sulle cosiddette basi neutre. Il liquido cioè che si utilizza come componente principale a partire dal quale si ottiene un liquido pronto e aromatizzato. Si tratta del glicole propilenico e della glicerina, attualmente in libera vendita sia in farmacia senza ricetta che negli shop online generalisti di multinazionali come Amazon e simili. Dando seguito all’interpretazione della Consulta, comprare un litro di glicerina su Amazon.it già oggi costa almeno 40 volte in meno rispetto ai negozi specializzati in sigarette elettroniche (in foto, annuncio Amazon per l’acquisto di mezzo litro di glicerina). Mentre questi ultimi devono applicare l’imposta di circa 5 euro ogni 10 millilitri, l’analogo prodotto – senza dichiarazione di destinazione d’uso – acquistato su altri canali può essere venduto al netto dell’imposta. Un litro di glicerina costa quindi circa 20 euro se acquistato su Amazon o in farmacia analogo prodotto, invece, dovrebbe avere un prezzo maggiorato di 470 euro se venduto in un punto vendita specializzato in sigarette elettroniche (in foto, store azienda del vaping per l’acquisto di 80 millilitri di base neutra) . Alcuni grandi distributori e grandi aziende del vaping dal 1 dicembre hanno aggiornato i prezzi. Si ha un effetto deviante che cancella dal mercato l’intera rete vendita della sigaretta elettronica. Amazon, nonostante le vicende che lo hanno reso suo malgrado protagonista delle cronache giornalistiche, continua ad essere il più grande e frequentato shop online, non solo italiano. La miopia del nostro governo, ancora una volta, guarda sotto il proprio naso perché non riesce ad andare oltre. Soffocare una rete vendita specializzata, fatta di migliaia di piccoli imprenditori, da famiglie o giovani che hanno acceso un mutuo per ritagliarsi un proprio spazio di futuro, non va nella salvaguardia del cittadino e dell’economia. Agevolare, come ormai troppo spesso succede, una multinazionale significa invece assoggettarsi al potere consolidato, appiattirsi alla volontà del più ricco a danno della sopravvivenza del più onesto.