CONDIVIDI

di Barbara Mennitti

Non si placa la polemica sul recente studio della New York University che, dopo averne osservato gli effetti su topi da laboratorio e su colture di cellule umane, ha concluso che la vaporizzazione di nicotina potrebbe causare alterazioni nel Dna del tessuto dei polmoni, del cuore e della vescica e causare tumori. Dopo gli italiani Riccardo Polosa e Fabio Beatrice, altri scienziati sollevano dubbi sulla metodologia e le conclusioni dello studio americano. È molto critico il professor Peter Hayek, direttore della Tobacco Dependence Research Unit della Queen Mary University di Londra. “Le cellule umane – ha dichiarato a Science Media Centre – sono state immerse nella nicotina e in nitrosamine cancerogene prese da uno scaffale. Non sorprende che le cellule ne siano state danneggiate, ma questo non ha nessuna relazione con gli effetti delle sigarette elettroniche sugli utilizzatori”. Nemmeno i risultati della sperimentazione sui topi convincono Hayek: “Gli animali sono stati esposti a quelle che per loro sono dosi estremamente alte di nicotina e a questo ha causato dei danni, ma è un risultato che ha scarsa rilevanza per gli effetti del vaping”. Lo scienziato inglese lamenta che “non sia stata effettuata una comparazione con le sigarette convenzionali”. “Eppure – conclude – nel testo dell’articolo gli autori riconoscono un’informazione che è di fondamentale importanza in questo contesto: chi svapa dimostra una riduzione di queste sostanze chimiche del 97%, se paragonato ai fumatori”. Forse mettere questo elemento in luce chiara, avrebbe risparmiato tanta informazione allarmistica.
Meno caustico, ma sempre critico Ed Stephens, Senior Research Fellow presso la University of St Andrews, in Scozia. Pur riconoscendo il contributo che lo studio della NY University fornisce “per comprendere i meccanismi del danno che l’aerosol contenente nicotina causa al DNA”, tiene a fare qualche puntualizzazione. “Sfortunatamente – commenta – non è stato fatto alcun paragone diretto con il fumo di tabacco; gli autori però citano uno studio (questo, ndr) che ha rilevato come i principali biomarcatori relativi a questo danno genetico siano presenti in quantità molto minori (il 97% in meno) nell’urina di chi svapa, rispetto a quella di chi fuma”. Insomma, conclude Stephens, “lo studio appena citato e questa nuova ricerca confermano l’opinione diffusa che il vaping non sia esente da rischi di causare cancro o altre malattie, ma che questo rischio sia notevolmente più basso rispetto al fumo”.
Si è, invece, espresso sul quotidiano francese Paris Match il famoso pneumologo Bertrand Dautzenberg, che parla apertamente di “manipolazione”. “Prima di tutto – dichiara a Vanessa Boy-Landry – le condizioni in cui è stata condotta la sperimentazione non sono assolutamente rappresentative dell’esposizione umana. Lo studio mostra anomalie cellulari in seguito all’esposizione di topi a quantità di nicotina molto superiori di quanto si possa fare con una sigaretta elettronica”. “Poi – continua – fa delle trasposizioni dai topi all’uomo e infine non paragona l’effetto del vaping con quello del fumo di tabacco”. “Oggi – conclude Dautezenberg – sappiamo che la nicotina è tossica, irrita le vie respiratorie e dà dipendenza. Ragione per cui i liquidi da inalazione non possono contenerne più del 2%. Alle quantità consumate da uno svapatore, esiste una tossicità leggera, infinitamente minore a quella del tabacco fumato”.
Anche il tabaccologo Jacques Le Houezec punta il dito sulle modalità della sperimentazione: “I ratti sono stati esposti a un aerosol che forniva una concentrazione di nicotina doppia a quella che si rileva nei grandi fumatori. Per 20 ore al giorno, per cinque giorni a settimana, per due anni”. Insomma, condizioni estreme che non rispecchiano in nessun modo le abitudini di un utilizzatore di ecigarette.
Si dichiara scettica anche Ute Mons, direttrice del centro per il controllo del tabacco del Centro di ricerca sul cancro tedeso e notoriamente non un’amica della sigaretta elettronica. “Non credo – dice al quotidiano Berliner Morgenpost – che i risultati siano traslabili dai topi agli uomini” e sottolinea come le dosi somministrate ai topi siano state estreme e come sarebbe stato interessante un paragone diretto con il fumo di sigaretta. “Così – spiega – si sarebbe potuto paragonare la dannosità della sigaretta elettronica e di quella convenzionale. Lo studio in questione, invece, non porta nessun contributo in questo senso”.
Dautzenberg, però, non riesce a liquidare lo studio con leggerezza. “Il risultato – commenta – è che alcuni abbandoneranno il vaping e torneranno a fumare. Una notizia come questa può ammazzare la gente e questo è in netto contrasto con la salute pubblica”. “Il lavoro dei ricercatori – conclude – è di salvare le vite, non di ammazzare la gente”.