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di Barbara Mennitti

Con l’avvicinarsi dell’abolizione del divieto di vendita di liquidi da inalazione con nicotina e le aperture del Ministero della salute, che prevede di inserire la sigaretta elettronica nella strategia per raggiungere l’obiettivo Smokefree 2025, in Nuova Zelanda fioccano gli studi e le analisi sul vaping. La più recente è stata pubblicata qualche giorno fa su Harm Reduction Journal e si intitola “Government and public health responses to e-cigarettes in New Zealand: vapers’ perspective”. Ad indagare sul punto di vista dei vaper rispetto alle politiche del governo e delle istituzioni di salute pubblica sono Marewa Glover e Penelope Truman della Scuola di scienze della salute della Massey University a Wellington e già autrici di uno studio, che metteva nero su bianco che le persone passano al vaping per smettere di fumare. E in base a questo dato, le autrici caldeggiavano la legalizzazione dei liquidi con nicotina.
Per questa nuova analisi, Glover e Truman, da un gruppo di 218 partecipanti ad un sondaggio più vasto, hanno selezionato un numero ristretto di trenta vaper di età compresa tra i 20 e i 70 anni (anche se la rappresentanza più nutrita era quella fra i 41 e 50 anni) e hanno approfondito le loro reazioni al divieto di vendita di liquidi con nicotina. Comprensibilmente gli intervistati si sentivano abbandonati dalle istituzioni sanitarie ed erano scioccati dal comportamento del governo. Sentivano anche che veniva commessa un’ingiustizia contro di loro in quanto svapatori e contro i fumatori che avrebbero potuto smettere, se solo la sigaretta elettronica fosse stata sostenuta e non osteggiata.
Ma questa frustrazione aveva dato origine anche a dei comportamenti attivi, che le ricercatrici classificano in cinque azioni. La prima era fare lobbying sulle istituzioni politiche a livello nazionale o locale: scrivere ai propri parlamentari, alle autorità locali o addirittura ai ministri per spiegare i vantaggi dell’ecigarette, condividere la propria storia, la propria preoccupazione di non riuscire a procurarsi liquidi o sottoporre ricerche scientifiche. Poi c’era il passaparola: chi era riuscito a smettere di fumare grazie all’elettronica, la promuoveva con l’entusiasmo e l’orgoglio di chi aveva compiuto un’impresa difficilissima.
La terza azione era la creazione, spesso sui social network, di gruppi di supporto per svapatori, dove chiedere consigli, avere informazioni pratiche, ma anche discutere questioni relative al vaping e ai diversi prodotti. Il passo successivo era aiutare i fumatori a smettere con l’ecig, che avveniva o con indicazioni sui negozi ai quali rivolgersi o sul tipo di hardware utilizzare, fino ad arrivare a regalare le proprie sigarette elettroniche non più utilizzate a potenziali nuovi vaper. La quinta azione, infine, era chiedere attivamente che il vaping venisse incorporato nel sistema sanitario, ricordando che lo studio è avvento in un momento in cui le istituzioni della salute neozelandesi erano ancora ostili. Molti intervistati dichiaravano di aver cercato di convincere il proprio medico o il personale dei centri antifumo, che invece continuava a cercare di propinare le sue terapie nicotiniche sostitutive.
Sono tutti comportamenti che qualsiasi vaper conosce e che anche da noi, agli antipodi della Nuova Zelanda, si sono spontaneamente creati in reazione alla frustrante sordità delle istituzioni. Le ricercatrici credono che la scienza e la politica dovrebbero tenere in maggiore considerazione l’esperienza di chi usa l’ecig e invitano la sanità a “imparare dalla comunità degli svapatori e a collaborare con loro per elaborare strategie che incoraggino sempre più fumatori a passare al vaping”. “Confrontarsi in modo proattivo con i diretti interessati – conclude lo studio – avrebbe mitigato l’impatto del conflitto e dell’ostilità irrazionali tipici delle divisioni in fazioni. Ma soprattutto, si sarebbero potute ridurre prima e per un numero maggiore di persone le malattie e le morti dovute al fumo”.