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(tratto dalla rivista bimestrale Sigmagazine #9)

di Riccardo Polosa

L’annuale Giornata mondiale anti fumo è stata un’occasione importante quest’anno per l’ateneo catanese che rappresento, perché coincide con la recente istituzione del Coehar, il Centro di Ricerca per la Riduzione del danno da fumo di sigaretta tradizionale, di cui sono appena stato nominato direttore e responsabile scientifico. Il Coehar – che sarà presto inaugurato nel Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università degli Studi di Catania – è il primo centro di eccellenza internazionale che si occuperà dello studio degli effetti e dei danni prodotti sulla salute dal fumo di tabacco e, in particolare, delle strategie per contenere e ridurre il rischio fumo-correlato attraverso l’impiego di nuove tecnologie, tra le quali anche le sigarette elettroniche, considerate negli ultimi anni lo strumento più efficace e promettente  per ridurre i danni da fumo nelle persone non intenzionate a smettere. Un grande risultato che presto spero di condividere anche insieme ai tanti amici e lettori di Sigmagazine che da tempo ci seguono con interesse ed entusiasmo!
Rispetto alla situazione italiana, nei giorni scorsi ho avuto modo di valutare i dati del report diffuso dall’Istituto Superiore di Sanità relativamente all’abitudine tabagica in Italia e, ancora una volta, sono costretto ad affermare che l’atteggiamento di quei pochi che sono contro le sigarette elettroniche è discutibile.  Ripropongo di seguito i numeri riportati nel comunicato pubblicato sul sito dell’ISS e lascio ai più la giusta valutazione: “Il numero totale dei fumatori è di 12,2 milioni, in leggero aumento rispetto al 2017 (11,7 milioni)”. Si tratta di una percentuale maggiore di uomini rispetto alle donne, aggravata purtroppo dalla presenza di tantissimi giovani fumatori. Ancora troppo bassa rimane l’attenzione degli operatori al fumo: solo 1 fumatore su 2 riferisce di aver ricevuto il consiglio di smettere di fumare da un medico o da un operatore sanitario. Per quanto riguarda l’utilizzo di sigaretta elettronica: “Gli utilizzatori abituali e occasionali sono circa 1,1 milioni. Di questi il 60,3% sono fumatori, il 32,3% sono ex-fumatori e il 7,4% non ha mai fumato. La maggior parte degli utilizzatori (75,3%) è rappresentata da consumatori duali che fumano le sigarette tradizionali e contemporaneamente l’ecig, in particolare quelle contenenti nicotina”.
È chiaro che in un contesto di scarsa attenzione alle esigenze di salute del fumatore, lasciato da solo con la sua sigaretta convenzionale e con la sua dipendenza, il passaggio alle sigarette elettroniche diventa un atto di incremento e tutela della salute pubblica. Così come è avvenuto in Paesi innovativi come l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Nel documento dell’ISS, inoltre, si è affermato nuovamente che “non si conoscono i danni e i benefici a lungo termine” di questo strumento. Nessuno però ha ritenuto opportuno citare lo studio “Zero Rischi” pubblicato sulla rivista Scientific Report del gruppo Nature che ha dimostrato l’assenza di danni a carico delle vie aeree e dei polmoni in utilizzatori che hanno fatto uso regolare e protratto di sigarette elettroniche. Il dato che ha sempre suscitato le polemiche e le controversie nazionali sulla valutazione delle elettroniche, inoltre, è spesso stato quello relativo alla diffusione dello svapo tra i giovani. Ciononostante, nel documento odierno si legge: “Tra i giovani di età compresa tra 14 e 17 anni sono fumatori abituali l’11,1% (si stimano 254mila giovani), fumatori occasionali il 13,9% e ragazzi che hanno comunque provato a fumare il 20,2%”. E continua: “Il 51,8% di questi giovani fumatori, abituali o occasionali o ex, ha iniziato a fumare a 14 anni o più. Rispetto alla tipologia di prodotto consumato osserviamo che il 65,1% utilizza sigarette confezionate e circa il 27% sigarette fatte a mano. Abbiamo in questa popolazione quasi il 4% sia di utilizzatori di sigarette elettroniche che di altri prodotti del tabacco.”
Insomma, si tratta di una percentuale davvero minima. E il problema su cui bisogna concentrarsi è decisamente quello dato dalla semplice accessibilità al fumo di sigarette convenzionale. Come emerso dai dati del 2017, “il 47,4% degli studenti ha dichiarato che esistono rivendite di tabacco vicino la propria scuola e nonostante l’esistenza del divieto di vendita, risulta che il 38,2% degli studenti fumatori ha acquistato le sigarette al distributore automatico (era il 10,7% nel 2010) e il 63,9% di questi ultimi non ha avuto problemi all’acquisto nelle rivendite autorizzate nonostante la minore età”.
La ecig viene utilizzata tre volte più degli altri metodi tradizionali nel tentativo di smettere di fumare. Ci sono, infatti, migliaia di svapatori in Italia che stanno riducendo i danni da fumo. Si tratta di cittadini, pazienti, consumatori che hanno tutto il dovere di scegliere per la propria salute ed il diritto sacrosanto di essere tutelati, aiutati e supportati verso comportamenti e stili di vita orientati al benessere psicofisico. Gli analisti hanno spiegato che “esistono cinque determinanti dell’abitudine al fumo: accessibilità e prezzo, esposizione a fumo passivo, cessazione, media e pubblicità, e curriculum scolastico” – ma nessuno di essi è riconducibile allo svapo. Questa apparente indifferenza e passività delle istituzioni sanitarie non è più accettabile ed i dati, se valutati con onestà intellettuale, dimostrano che l’elettronica potrebbe davvero aiutare a salvare milioni di vite. Il mancato ascolto degli svapatori deve finire! Ci auguriamo che il nuovo assetto governativo possa cambiare le sue priorità e valutare di inserire la promozione della salute, il benessere e l’aiuto concreto ai fumatori di sigaretta tradizionale come priorità fondamentale del Sistema Italia.