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(tratto da Sigmagazine bimestrale novembre-dicembre 2018)

di Emanuele Ferri

Chi si interessa di rapporto tra vaping e salute si sarà probabilmente imbattuto in articoli scientifici che parlano della pericolosità del vaping. E si sarà anche accorto che questi articoli sostengono in alcuni casi una tesi e in altri casi l’esatto opposto: il “vaping è molto meno dannoso del fumo”, “il vapore dei vaporizzatori personali danneggia il Dna”, “il rischio per chi svapa è pari a zero”, “il vapore è tossico per le cellule polmonari”. Scienziati che smentiscono altri scienziati sono eventi piuttosto frequenti. Ma se la scienza procede per prove empiriche (verificate sul campo), allora come è possibile che un lavoro scientifico si possa sbagliare?
Per capire questo, e più in generale, per comprendere perché è possibile che diversi lavori scientifici pubblicati su riviste di settore (quindi accettati dalla comunità scientifica) siano in contraddizione tra loro, partirei da un fatto recente. Nel gennaio del 2018 è stato pubblicato dalla Nasem (The National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine) un’opera fondamentale dal titolo Public Health Consequences of E-Cigarettes. Si tratta di un lavoro svolto da decine tra i più competenti scienziati al mondo, che hanno raccolto le principali scoperte del settore, tenendo in considerazione il valore scientifico delle pubblicazioni, l’autore della ricerca (se un ente di ricerca o una azienda privata o un ente di ricerca finanziato da una azienda privata), il valore dei modelli utilizzati e molti altri aspetti. Il risultato è una serie di osservazioni raggruppate per grado di evidenza: da conclusiva (non ci sono dubbi) a nessuna evidenza (non ci sono elementi per prendere una posizione). Come si può intuire, nel primo caso le scoperte pubblicate dai ricercatori sono fondamentalmente concordi, nel secondo sono rare, assenti o completamente discordi.
Torniamo allora alla domanda principale: come mai diversi autori pubblicano ricerche apparentemente discordi? In base alla mia esperienza, la risposta è che in certi casi gli stessi ricercatori arrivano a conclusioni un po’ premature sulla base di evidenze molto limitate, ma nella maggior parte dei casi il dibattito si svolge prevalentemente su un piano mediatico ed è questa la principale fonte dei problemi. I giornalisti che riprendono le pubblicazioni scientifiche, interpretando e semplificando spesso in modo superficiale, arrivano a sostenere una conclusione quando invece l’articolo originale espone semplicemente dei fatti, parziali, tecnici, complessi e settoriali creando un battage mediatico inesistente sul piano scientifico.
Se un gruppo di ricerca ritiene che sia corretto testare l’esposizione di un modello di cellule polmonari ai vapori per un certo numero ore, è perché ha maturato una esperienza che li induce a quella scelta. L’errore a mio avviso non sta in quella scelta tecnica ma in chi ipotizza che quel lavoro abbia la pretesa di stabilire se e quanto è pericoloso il vaping. Molto spesso questi lavori sono tecnici e rivolti ad un target tecnico e non è corretto che arrivino al pubblico generalista con dei messaggi conclusivi come fossero spot pubblicitari. In conclusione, la scienza è consapevole di procedere per piccoli passi, e sarà la somma di questi a definire se e quanto il vaping è pericoloso per la salute, a prescindere dalla direzione in cui va ogni singolo passo. Il consiglio che do (da ex ricercatore) a giornalisti e lettori è di non dare troppo peso al singolo articolo, ma cercare di osservare il quadro completo. Per questo motivo un documento come il report del Nasem è particolarmente rilevante, ed è infatti la base scientifica della più importante agenzia regolatoria: la Food and Drug Administration statunitense.
Stabilire protocolli di analisi standard è diventata una priorità della comunità scientifica e delle autorità regolatorie di tutto il mondo. Le commissioni tecniche stanno iniziando a pubblicare i primi documenti definitivi e i rimanenti sono attesi nei prossimi due anni. Il compito delle commissioni tecniche è molto complesso: fare in modo che la voce della scienza sia corale con quella regolatoria, ovvero che le norme non contraddicano la scienza e viceversa. Se si pensa che le commissioni tecniche sono composte principalmente da aziende tra loro competitor che si trovano a collaborare per uno scopo comune, al fatto che il settore del vaping propone un’infinità di configurazioni possibili e che lo scopo di queste commissioni è di creare degli standard (che è esattamente l’opposto della variabilità), si capisce che la loro missione è tutt’altro che scontata.
Ora, per capire quanto è importante la standardizzazione anche in campo scientifico, si pensi a quanto possono essere diverse le emissioni di un prodotto da vaping se queste sono ottenute vaporizzando per 100 puff di 3 secondi un liquido con il 3 per cento di aroma in un cartomizzatore con resistenza ceramica da 1,5 ohm a 8 Watt, piuttosto che vaporizzando per 200 puff di 4 secondi un liquido con il 25 per cento di aroma in un atomizzatore a tripla coil sub ohm a 75 Watt. Stiamo parlando di due pianeti diversi ed è lecito che si traggano risultati molto diversi sia in termini di composizione delle emissioni che in termini di tossicità delle stesse.
Standardizzare significa definire delle costanti per eliminare la complessità legata a questi prodotti in modo da poter confrontare i risultati ottenuti da diversi gruppi di ricerca o laboratori di prova sparsi per il mondo. Data la grande complessità di questi prodotti e le infinite combinazioni di liquidi e vaporizzatori, gli standard stanno andando nella direzione di definire un range: un profilo minimale standard che mima dispositivi a bassa potenza e un profilo massimale standard che mima dispositivi ad alta potenza. Sarà quindi possibile indagare la sicurezza di un prodotto da vaping sotto ogni aspetto, tenendo costanti tutti gli altri. Ad esempio, variando solo la componente aromatica, sarà possibile confrontare la sicurezza dei vari aromi. Se si vuole stabilire la sicurezza del materiale della coil, si dovrà mantenere tutte le configurazioni costanti, cambiando solo i materiali delle coil.
Concordemente a quanto scritto sopra, i risultati scientifici pubblicati dal nostro e dagli altri team di ricercatori in questi anni non vanno intesi come una sentenza sulla pericolosità dei prodotti da vaping ma bensì come delle proposte di modelli tecnici, protocolli standard o spesso semplicemente dati preliminari volti a gettare le basi per una progressiva presa di coscienza sulla sicurezza di questi prodotti. Stabilire evidenze conclusive sulla pericolosità o la sicurezza del vaping richiederà ancora molti anni e molti lavori contraddittori. A titolo di curiosità alcuni degli aspetti già chiariti in modo definitivo dalla scienza sono i seguenti: l’esposizione ai componenti dei liquidi dipendono dalla composizione dei liquidi, dal vaporizzatore personale e dalle sue condizioni d’uso; le emissioni dei vaporizzatori contengono sostanze chimiche potenzialmente tossiche; la quantità e qualità delle sostanze chimiche presenti nelle emissioni sono molto diverse rispetto a quelle della sigaretta; i liquidi con nicotina se ingeriti possono essere fatali.
In quanto alla domanda presente se il vaping sia dannoso, mantra dei clienti dei vape-shop e dibattito acceso di numerosi blog, il padre scientifico della tossicologia (Paracelso) ci ha insegnato cinque secoli fa che ogni cosa è tossica, ad una determinata quantità. Se vogliamo rispondere in modo generico ad una domanda così generica, una risposta con forti basi scientifiche può essere: i prodotti da vaping sono tossici sopra una certa quantità, e non sono tossici al di sotto di una certa soglia. Ora però possiamo farci una domanda più interessante: qual è questa soglia che rende tossico un prodotto da vaping? Il report Nasem (che possiamo riassumere come il sapere scientifico attuale) sostiene che per rispondere a questa domanda bisogna tener conto di numerose variabili: il vaporizzatore utilizzato, le condizioni d’uso, la composizione del liquido, la composizione della parte aromatica, ma anche il soggetto e le sue predisposizioni (allergie, stati patologici, peso, età, solo per citarne alcune). Va ricordato che da un punto di vista regolatorio i prodotti con una quantità di nicotina sopra lo 0,25 per cento sono considerati pericolosi ai sensi del Regolamento CLP.
È facile intuire che non sarà possibile testare tutte le combinazioni possibili, quindi il consiglio più sensato da rivolgere ai consumatori può essere il seguente: la moderazione nel consumo è il principio di sicurezza più valido e universale, al quale si può aggiungere che molto probabilmente è più salutare svapare tanto che fumare poco.