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di Barbara Mennitti

Perché i tradizionali metodi per smettere di fumare falliscono, mentre il vaping dà risultati insperati? O, detto diversamente, come è possibile che si registrino tassi di successo più alti nei negozi specializzati per sigarette elettroniche che nei centri antifumo? Perché dei commercianti riescono dove personale qualificato e preparato fallisce? A questa domanda ha provato a rispondere su Vapebeat la professoressa neozelandese Marewa Glover. Esperta di fama internazionale di riduzione del danno da tabacco, Glover attualmente dirige il Centre of Research Excellence: Indigenous Sovereignty & Smoking e lo scorso giugno ha ricevuto il premio come Outstanding Advocate da Innco, la rete internazionale che riunisce le associazioni consumatori di sigarette elettroniche.
Dal suo quarto di secolo di esperienza sul campo, Glover identifica subito nell’ambiente dei centri antifumo e nell’atteggiamento del suo personale un punto a loro sfavore. “Le sedie nell’ingresso della clinica ospedaliera per smettere di fumare – racconta – non sono fatte per essere comode. Le monotone pareti di cemento sono tappezzate di immagini che illustrano i 101 modi in cui il fumo può ucciderti. Sangue che sgorga da un cervello sezionato. Un piede nero divorato dalla cancrena. Un minuscolo neonato pieno di tubicini che lotta per la vita in un’incubatrice. Questo dovrebbe motivarti?”, si chiede la professoressa. La situazione non migliora dopo il colloquio con il personale, che è stato formato per utilizzare con il fumatore un approccio medico. Il fumatore è malato e deve essere curato; l’operatore è in salute e quindi è superiore. Un equilibrio di poteri che dà al primo il ruolo autoritario, mentre il secondo è quello “debole, incapace di controllarsi”.
È un approccio che funziona? Secondo Glover – e secondo i numeri – no: “Te ne vai sentendoti più debole, supportato ma deluso da te stesso per esserti messo nella posizione di aver bisogno di aiuto, per essere ‘dipendente’. La prima cosa che vuoi fare è fumare, cosa che conferma quello che l’operatore pensa di te, quanto sei debole”. E poi i consigli per smettere di fumare: “Se dovessi ascoltarli, dovresti succhiare questo, masticare quello, attaccarti addosso un cerotto, smettere di vedere i tuoi amici, smettere di uscire, trovarti un hobby, concentrandoti su quello che guadagnerai smettendo di fumare”. La professoressa è critica anche verso i prodotti per la cessazione dell’industria farmaceutica, che i centri antifumo solitamente consigliano e prescrivono: “Prodotti che non sarebbero durati fino ad oggi senza la massiccia assistenza del governo, come contratti per l’acquisto di una quantità minima garantita, il sostegno sul prezzo finale e le forniture di cerotti gratis nelle prigioni e negli ospedali”.
Ma tutto cambia quando un fumatore entra in un negozio di sigarette elettroniche. Lì, secondo Glover, si trovano persone che non hanno fatto corsi di counselling e spesso non hanno nemmeno esperienza come commercianti o commessi. Sono semplicemente ex fumatori che hanno smesso passando al vaping. “Sono pari, – spiega Glover – persone reali che ce l’hanno fatta e vogliono aiutare gli altri a passare alla sigaretta elettronica”. Il fumatore trova un ambiente che non lo giudica, non lo fa sentire debole o malato. Il controllo della situazione resta a lui e se in un negozio non trova il giusto rispetto o il giusto ascolto, può semplicemente decidere di andare in un altro. E, per quanto difficile da accettare possa essere per chi da anni siede in un centro antifumo, quello dei negozi specializzati è un approccio che funziona. Lo dicono i numeri e lo dice il fatto che, ovunque non vi siano pesanti ingerenze, la sigaretta elettronica è lo strumento preferito per smettere di fumare.