Testata giornalistica destinata agli operatori del settore delle sigarette elettroniche - Registrazione Tribunale di Roma: 234/2015; Registro Operatori della Comunicazione: 29956/2017 - Best Edizioni srls, viale Bruno Buozzi 47, Roma - Partita Iva 14153851002
Categoria Salute centrale DEA – 728 x 90

Sigarette elettroniche: perché si diffondono studi con errori metodologici?

Il medico greco Farsalinos critica gli studi che legano uso della sigaretta elettronica e rischio di malattie cardiache: le conclusioni sono sbagliate.

Dopo Riccardo Polosa, anche Konstantinos Farsalinos commenta due recenti studi che mettono in relazione l’uso della sigaretta elettronica con l’aumento del rischio di eventi cardiovascolari gravi, come infarto, ictus e coronaropatia. Si riferisce, in particolare ad uno studio dello scorso ottobre di Stanton Glantz (padre della teoria del “Gateway effect”) e al recente estratto di una ricerca preliminare di Paul M. Ndunda, non ancora presentata ma rilanciata sui media grazie a un comunicato stampa dell’American Heart Association.
Le critiche mosse dal cardiologo greco sono molto simili a quelle espresse a Sigmagazine dal professore catanese e riguardano la metodologia utilizzata in entrambi i lavori. “Aumentare il rischio – spiega Farsalinos – significa che qualcuno prima è esposto a una condizione (in questo caso all’uso dell’ecigarette) e poi, a causa di questa esposizione, sviluppa una malattia”. Gli studi in questione non forniscono queste informazioni e il medico greco parla di “negligenza e disinformazione epidemiologica”, perché le conclusioni sono “semplicemente sbagliate”.
Entrambi i lavori, continua Farsalinos, sono studi trasversali, cioè si chiede ai partecipanti se hanno malattie cardiache e se usano la sigaretta elettronica, ma non indicano se l’uso è iniziato prima (e quanto tempo prima) o dopo lo sviluppo della malattia. “E se i partecipanti – interroga il cardiologo – avessero iniziato ad usare l’ecig dopo aver sviluppato la malattia, proprio per smettere di fumare?” Farsalinos fa un esempio ancora più chiaro: “Conosco un uomo che fumava quando gli sono stati diagnosticati una broncopneumopatia ostruttiva e un cancro alla laringe: allora ha deciso di smettere di fumare con l’ecig. Ha iniziato ad usarla dopo aver fumato per 46 anni, dopo 15 anni dalla diagnosi della broncopneumopatia e tre da quella del cancro. In entrambi gli studi questa persona sarebbe stata utilizzata per giustificare l’aumento del rischio”.
I lavori in questione presentano un altro problema. In quello di Glantz il 94,7 per cento degli utilizzatori quotidiani di ecig erano anche fumatori o ex fumatori; il quello di Ndunda lo erano il 79 per cento (senza specificare se erano attuali o ex). Questo aspetto aggiunge un problema ovvio all’analisi, di cui le conclusioni degli studi non tengono conto. Dunque i due lavori non provano che l’uso di sigarette elettroniche aumenti il rischio di malattie cardiache. Non provano nemmeno il contrario. “Semplicemente – spiega Farsalinos – non riescono ad affrontare la questione”. Ma c’è un’altra domanda che il medico greco si pone e che meriterebbe una seria considerazione: “Sono sicuro – commenta – che gli autori dello studio già pubblicato e l’American Heart Association, che ha redatto il comunicato stampa, siano ben consapevoli di questi principi epidemiologici di base. Sono nozioni semplici, le basi per ogni studente di medicina, figuriamoci per riconosciuti scienziati. E sanno che le affermazioni sul ‘rischio aumentato’ sono sbagliate. Quindi perché le diffondono?” Già, perché?

Articoli correlati