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Sigarette elettroniche e malattie polmonari: tanto rumore e poche certezze

"Il conto non quadra", commenta il professore Riccardo Polosa. E infatti, a guardare bene, la vicenda statunitense è ancora tutta da chiarire.

L’uso di e-cig è stato recentemente collegato a diverse, troppe, malattie dell’apparato respiratorio tra cui polmonite lipoide, emorragia alveolare diffusa, polmonite da ipersensibilità, polmonite eosinofila, asma bronchiale, bpco e persino cancro polmonare. Quello che però da medico mi chiedo è come possa un singolo fattore essere causa di condizioni respiratorie così diverse tra loro”. Così il professore catanese Riccardo Polosa, direttore del Centro di eccellenza per la riduzione del danno da fumo, commenta l’ultimo (ma solo in ordine di tempo, ne siamo purtroppo certi) allarme sulla sigaretta elettronica proveniente dagli Stati Uniti e rilanciato in questi giorni anche dai media generalisti nostrani. 

La notizia circolava sui giornali a stelle e strisce già dal luglio scorso, riportando che negli Usa su erano registrati 94 casi (su milioni di consumatori, è bene ricordarlo) di malattie polmonari in persone, soprattutto giovani, che avevano utilizzato la sigaretta elettronica. Trenta di questi casi si erano verificati nel solo Wisconsin, mentre gli altri erano distribuiti in tredici Stati diversi. Fra i sintomi riportati, secondo le autorità sanitarie del Wisconsin, respiro corto, affaticamento, dolore al torace, tosse e perdita di peso.

In realtà fin da subito i media americani avevano riportato la possibilità, piuttosto concreta, che le persone che accusavano i disturbi descritti avessero utilizzato le sigarette elettroniche per vaporizzare Thc (uno dei principi attivi della cannabis), cannabinoidi sintetici, come il K2, o comunque liquidi provenienti da canali di vendita “alternativi”. Il che fa sorgere il dubbio che, più che nello strumento, il legame con i disturbi accusati potrebbe essere ricercato nelle sostanze utilizzate.

Finora infatti le certezze su questa vicenda sono ben poche, come conferma il Cdc (Centres for disease control and prevention) quando annuncia di aver aperto un’indagine in collaborazione con le autorità sanitarie dei singoli Stati: “Sebbene alcuni casi – si legge nel comunicato – siano simili e appaiano collegati all’uso di sigarette elettroniche, sono necessarie maggiori informazioni per spiegare cosa causa le malattie”. Insomma, forse sarebbe stato prudente avere qualche elemento in più, prima di buttare la croce su uno strumento che sta aiutando milioni di persone a smettere di fumare. Ma chi, come i nostri lettori, segue il dibattito in corso negli Stati Uniti, sa che lì la discussione diventa sempre più polarizzata su fronti emotivi e ideologici.

Ed è per questo che il professore Polosa rileva che “il conto non quadra”, aggiungendo poi che in questo come in molti casi precedentemente riportati “non esista alcuna dimostrazione del nesso di causalità e tantomeno della plausibilità biologica dei fenomeni riportati”. Sembra di leggere un copione già visto, con allarmi che vengono lanciati prima che vi siano inconfutabili prove scientifiche che lo giustifichino e incuranti dei danni collaterali. Un comportamento che di certo non aiuta il cittadino a orientarsi. E infatti Polosa conclude con amarezza il suo commento: “Mi spiace dirlo, ma la credibilità medico-scientifica sembra aver raggiunto il suo minimo storico. Non mi sorprende che il rapporto di fiducia tra medicina e società si sia così tanto deteriorato”.

 

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