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Tangentopoli del tabacco: Philip Morris Italia e dirigenti Adm rinviati a giudizio

Lo ha deciso il giudice dell'udienza preliminare Andrea Fanelli che, accogliendo le richieste del pm Alberto Pioletti, ha rinviato a giudizio sette persone.

Sarà un giudice di Roma a decidere se alcuni dirigenti dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli, insieme con un ex collaboratore di Philip Morris Italia, dovranno essere considerati responsabili di reati tra cui il concorso di corruzione in atti contrari ai doveri d’ufficio e dunque passibili di condanna. Lo ha deciso il giudice dell’udienza preliminare Andrea Fanelli che, accogliendo le richieste del pm Alberto Pioletti, ha rinviato a giudizio sette persone, tra cui tre dirigenti, all’epoca dei fatti (gennaio-luglio 2018) di Philip Morris Italia e tre dirigenti dell’Agenzia dei Monopoli. Concorso in corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e turbata libertà del commercio sono i reati contestati. Il dibattimento avrà inizio il prossimo 22 settembre davanti ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale.
Secondo quanto stabilito in udienza preliminare dal pm Pioletti, i dirigenti dell’Agenzia dei Monopoli avrebbero fornito “informazioni e documenti riservati, acquisiti per motivi d’ufficio” e favorito “Philip Morris Italia srl in cambio di utilità o promesse di utilità e turbando così l’esercizio dell’attività di commercio della Bat Italia spa“, società concorrente della stessa Philip Morris. Fu un esposto presentato dalla stessa British American Tobacco (parte civile del procedimento) a determinare il via all’indagine e alla conseguente operazione Cassandra.
Dagli uffici legali di Philip Morris Italia fanno sapere che “come ben noto, l’udienza preliminare rappresenta un passaggio iniziale nell’ambito del processo. Philip Morris Italia srl è fiduciosa che durante il processo verrà scagionata dalle accuse mosse nei suoi confronti, in quanto nessuna azione illecita è stata intrapresa nell’interesse o a vantaggio dell’azienda. Come affiliata di Philip Morris Inc., Pmi Italia ha rigide procedure e controlli che disciplinano le interazioni di dipendenti e consulenti con pubblici ufficiali. Pm Italia auspica di avere quanto prima l’iopportunità di dimostrare che queste procedure sono scrupolosamente fatte rispettare in tutta l’organizzaizone e che le accuse mosse nei confronti dell’azienda sono infondate“.

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