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Dietro la facciata della lotta globale contro il tabacco si nasconde una realtà fatta di stipendi milionari e spese amministrative che prosciugano gran parte delle risorse disponibili. È quanto emerge dall’ultimo piano di lavoro e bilancio per il biennio 2026-2027 della Convenzione quadro per la lotta al tabacco (Fctc), il trattato dell’Oms considerato il punto di riferimento per contrastare le malattie legate al fumo. Sul tavolo ci sono oltre venti milioni di dollari, ma la domanda è inevitabile: quanti di questi soldi finiscono davvero a finanziare attività concrete e quanti invece servono a pagare una macchina burocratica sempre più costosa?

La risposta, analizzando le cifre ufficiali, è sconcertante. Quasi la metà del budget, precisamente più di 8,5 milioni di dollari, è destinata agli stipendi del personale del segretariato della Convenzione. I costi per le azioni sul campo, quelle che dovrebbero realmente incidere sulla diffusione del tabacco, si fermano poco sopra i nove milioni. Il resto copre spese amministrative e costi di recupero. In altre parole, per ogni dollaro speso in attività pratiche, quasi un altro dollaro se ne va in stipendi e costi di struttura.
Ed è proprio la voce stipendi a destare scalpore. Il direttore generale del segretariato, con livello D2, costa quasi 600 mila dollari nel biennio. I quattro funzionari di livello P5, l’equivalente di dirigenti di alto livello, assorbono complessivamente quasi due milioni, con una media di circa mezzo milione ciascuno. A questi si aggiungono altri funzionari di livello P4 e P3, oltre al personale amministrativo, per un totale che supera abbondantemente gli otto milioni. Il paradosso è evidente: mentre in molti Paesi in via di sviluppo mancano fondi per rafforzare le politiche anti-fumo, una manciata di posizioni nel segretariato costa quanto interi programmi di prevenzione.
Il confronto con le attività operative è impietoso. L’assistenza tecnica ai Paesi per implementare misure fondamentali nella lotta al tabacco riceve complessivamente poco più di tre milioni e mezzo di dollari, e quasi esclusivamente da contributi extra-budgetari, ossia donazioni volontarie. Le iniziative per sostenere le campagne di sensibilizzazione arrivano a malapena a due milioni. Eppure, per organizzare una sola conferenza delle Parti – l’organo decisionale della Convenzione – si spendono quasi due milioni di dollari, una cifra paragonabile all’intero budget destinato alla protezione dalle pressioni delle multinazionali del tabacco.

Il problema non è solo la sproporzione tra stipendi e azioni, ma anche il meccanismo di finanziamento. Le quote obbligatorie versate dagli Stati membri vengono destinate quasi esclusivamente a coprire i costi del personale, mentre le attività pratiche dipendono dalla generosità dei donatori. Questo significa che se i contributi volontari diminuiscono, la prima a farne le spese è la lotta concreta al tabacco, mentre la struttura burocratica resta intatta e protetta.
Di fronte a questi numeri, la domanda è inevitabile: stiamo davvero finanziando la lotta al tabacco o stiamo alimentando una macchina amministrativa sempre più autoreferenziale? Perché un’organizzazione che predica la riduzione del danno e la tutela della salute pubblica dovrebbe destinare più risorse ai propri funzionari che ai programmi per salvare vite? È il paradosso della governance globale: si costruiscono strategie e piani d’azione, ma le risorse restano intrappolate negli ingranaggi di una struttura che sembra costare più della battaglia che dovrebbe combattere.



