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Quando la proibizione brucia le entrate e alimenta il nero: il caso Lettonia

Il Paese baltico vieta l'uso di aromi nei liquidi per sigarette elettroniche. Risultato: aumento dell'illecito ed escamotage commerciali.

La Lettonia ha introdotto il divieto di vendita di liquidi aromatizzati per sigarette elettroniche e di alcuni prodotti sostitutivi del tabacco a partire dal 1° gennaio di quest’anno; la misura, pensata per frenare l’uso tra i più giovani e tutelare la salute pubblica, è stata accompagnata dall’innalzamento dell’età minima per l’acquisto di prodotti del tabacco. Meno di un anno dopo l’entrata in vigore della norma, rilevazioni e reportage giornalistici locali mettono in luce che gli effetti pratici si sono discostati dagli obiettivi annunciati. I dati fiscali citati dalla stampa lettone indicano una riduzione delle entrate derivanti dai liquidi per sigaretta elettronica di oltre 1,5 milioni di euro nella prima metà del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024; nel segmento più ampio dei sostituti del tabacco il rosso segnalato si avvicina a 1,4 milioni di euro, cifre non banali per un paese di 1,8 milioni di abitanti.
Sul fronte dei comportamenti dei consumatori, il provvedimento sembra avere avuto un effetto perverso: la quota stimata di vendite “non ufficiali” di prodotti aromatizzati è cresciuta in modo marcato, fino a raggiungere — secondo diverse ricostruzioni emerse nell’estate 2025 — il 42,4% del mercato nei primi quattro mesi dell’anno, rispetto al 31,4% dell’anno precedente. Gli osservatori locali sottolineano che queste stime sono probabilmente conservative e che la crescita del mercato nero espone i consumatori a prodotti non testati e a rischi sanitari non controllati.
L’evidenza lettone non sembra isolata. Paesi vicini che avevano già adottato restrizioni analoghe non hanno registrato una riduzione netta del consumo: in Estonia, dove il quadro normativo è più restrittivo da anni, i tassi di uso di sigarette elettroniche restano elevati, con percentuali particolarmente alte tra i 16–24enni, un fatto che ha alimentato il dibattito su efficacia e strategia di contrasto. Autorità sanitarie estoni e funzionari invitano a considerare approcci a livello Ue piuttosto che provvedimenti nazionali frammentati, sostenendo che un singolo Stato membro non può ottenere l’effetto voluto da misure isolatamente imposte.
Il proliferare del mercato illecito e delle contromisure informali da parte dei venditori ha creato poi ovviamente soluzioni alternative che aggirano il divieto in maniera legale offrendo separatamente flaconi di nicotina neutra e flaconi di aroma, lasciando all’utente il compito di miscelare i due componenti per ottenere il prodotto desiderato. in pratica, la stessa cosa che accadde in Italia quando venne introdotta la maxi imposta di consumo e le aziende inventarono i liquidi scomposti per pagare l’imposta solo sui 10 millilitri nicotinizzati. Se l’Unione europea vieterà per legge gli aromi nei liquidi aromatizzati si agevolerà necessariamente il fai da te, proponendo (così come del resto in Itali già accade oggi) kit con base neutra, nicotina e aroma.
Una politica efficace dovrebbe bilanciare la protezione dei minori con meccanismi di controllo e enforcement credibili, valutare l’impatto fiscale e prevedere misure anti-contrabbando e di contrasto alle importazioni parallele. Senza questo mix, il rischio è che il divieto generi più problemi di quelli che intende risolvere, spostando il mercato verso l’illegalità e privando lo Stato di risorse utili per programmi di prevenzione e cura.
La vicenda lettone offre quindi un caso di studio utile per altri governi e per la comunità tecnica e commerciale: l’obiettivo di ridurre l’uso tra i giovani e di proteggere la salute pubblica non è in contraddizione con la regolazione del mercato, ma richiede politiche intelligenti, dati solidi e coordinamento internazionale; senza questi elementi, il divieto rischia di essere più simbolico che efficace, con costi economici e sanitari nascosti.

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