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La Cop11 della Convenzione quadro sul controllo del tabacco (Fctc) dell’Oms si è conclusa e, in mancanza delle decisioni ufficiali che non sono ancora state caricate sul sito e nell’impossibilità di seguire i lavori tenuti rigorosamente a porte chiuse, bisogna ricorrere alla conferenza stampa finale e al comunicato ufficiale per capire cosa è accaduto.
Partiamo dunque da quello che non si è deciso. Non è stato possibile raggiungere il consenso delle parti sul tanto controverso punto 4.5 dell’agenda, quello riguardante “l’attuazione di misure per prevenire e ridurre il consumo di tabacco, la dipendenza da nicotina e l’esposizione al fumo di tabacco, e protezione di tali misure dagli interessi commerciali e da altri interessi particolari dell’industria del tabacco alla luce della narrazione dell’industria sul tema della riduzione del danno”. Sia il rappresentante del segretariato Andrew Black, che ha sostituito Adriana Blanco, che la presidente della Cop, la panamense Reina Roa, hanno spiegato che si sono fronteggiate due posizioni: una che prevedeva divieti per tutti i nuovi prodotti (rappresentata nella bozza presentata da Brasile, Tailandia, Maldive e Panama) e un’altra che chiedeva invece l’istituzione di gruppi di lavoro e di studio sulla riduzione del danno. Non si è riusciti a trovare una sintesi e quindi la discussione e le relative decisioni sono state rinviate alla prossima Conferenza delle parti.
Quello che invece si è deciso è di vietare totalmente sia la vendita che l’uso di prodotti del tabacco, compresi riscaldatori di tabacco, sigarette elettroniche con e senza nicotina (anche monouso) e nicotine pouches, in tutte le strutture delle Nazioni Unite, sia interne sia esterne, incluse le sedi centrali, regionali e gli uffici nei vari Paesi del sistema Onu. Una decisione alla quale i presenti alla conferenza stampa hanno dato molta enfasi, forse perché dimostra che, almeno a casa sua, l’Fctc è riuscito a imporre quelle misure che vorrebbe applicare anche al resto del mondo.
Qualcosa si è portato a casa anche sulla protezione dell’ambiente dall’inquinamento dovuto agli scarti delle sigarette e dei nuovi prodotti. “È stata adottata una decisione – recita il comunicato stampa – che invita le Parti a considerare opzioni normative complete riguardanti i componenti dei prodotti del tabacco e della nicotina, e i componenti esterni correlati che aumentano i danni ambientali, tenendo conto degli impatti sulla salute pubblica”.
Questo è quanto, anche se in conferenza stampa, soprattutto quando si parlava di riduzione del danno, è stato condito da abbondante retorica sull’interferenza dell’industria del tabacco. Secondo l’Fctc, i Paesi che non condividono la posizione proibizionista su sigarette elettroniche e altri prodotti, lo fanno non perché hanno una visione diversa ma perché sono preda dell’influenza dell’industria del tabacco, colpevole anche di tutti i mancati successi della Convenzione. Ancora una volta, quindi, eventuali decisioni su vaping e altri strumenti a rischio ridotto sono rimandate. Se ne parlerà alla Cop12 che si terrà a Yerevan, in Armenia, nel 2027 sotto la presidenza dell’Oman.
Ma questo non è tutto. Perché nella Cop11 è successo anche qualcosa di cui non si è parlato in conferenza stampa. Mai come questa volta si sono levate voci in dissenso con il modo di operare del Segretariato della Convenzione. Moltissimi Paesi, soprattutto fra quelli a basso e medio reddito, hanno lamentato la mancanza di coinvolgimento nei processi dell’Fctc, la scarsa considerazione per le economie e le realtà locali e il distacco dalle realtà nazionali. Molti altri hanno sollevato questioni di sovranità nazionale e di legittimità costituzionale e altri ancora hanno chiesto dibattiti aperti e fondati sulla scienza proprio in materia di riduzione del danno. La sensazione è che sia giunto il momento di aprire una seria riflessione sulla Convenzione e sul suo modello di governance, per evitare che questa crepa diventi un fossato difficile da ricucire.
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