L'attualità quotidiana sulla sigaretta elettronica

Londra rinnega il suo modello antifumo e volta le spalle alla sigaretta elettronica

Dopo un decennio da esempio mondiale di riduzione del danno, il Regno Unito abbandona la linea basata sull’evidenza e riscopre la tentazione del divieto.

Per oltre dieci anni il Regno Unito è stato il faro mondiale della riduzione del danno da tabacco. Mentre altri Paesi restavano intrappolati tra dogmi e paure, Londra mostrava che una comunicazione onesta sui rischi relativi poteva convincere milioni di fumatori a passare ad alternative più sicure. Ora, però, quel modello sembra vacillare. Il nuovo disegno di legge su tabacco e sigarette elettroniche, in discussione alla Camera dei Lord, (la stessa che solo qualche anno fa ospitò in audizione il nostro professor Polosa a cui fu affidato il compito di illustrare le potenzialità della sigaretta elettronica), segna un’inversione di rotta: meno pragmatismo, più proibizionismo. A guidare il cambiamento non sono i dati, ma la politica dell’immagine. L’ossessione per “fare qualcosa di visibile” ha sostituito la volontà di fare qualcosa di utile. La paura del “panico giovanile” e la pressione mediatica sulle sigarette usa e getta hanno spinto i ministri a privilegiare gesti simbolici e campagne moralistiche. Essere “duri contro la nicotina” è diventato più importante che ridurre davvero i danni del fumo.

Il professore catanese Riccardo Polosa è tra i cinque ricercatori più citati al mondo in materia di riduzione del danno da fumo.

Eppure i risultati sul campo raccontano un’altra storia. Un’inchiesta di Itv News ha scoperto che, nonostante i divieti e i controlli, molti negozi continuano a vendere sigarette elettroniche usa e getta. A Brighton ne sono state sequestrate oltre 11 mila, ma le autorità ammettono che si tratta solo della punta dell’iceberg. Gli esperti lo ripetono da anni: i divieti non cancellano il consumo, lo spingono nell’illegalità. I rivenditori rispettosi della legge vengono penalizzati, mentre il mercato nero prospera. In Parlamento, intanto, si discute di aromi, confezioni e sanzioni. Ufficialmente il governo nega di voler colpire la riduzione del danno, ma il linguaggio è cambiato. Non si parla più di “aiutare i fumatori a scegliere opzioni più sicure”, bensì di “denormalizzare la nicotina”. La “generazione senza fumo”, che vieta le sigarette ai nati dopo il 2009, è celebrata come una vittoria storica, anche se i suoi effetti reali si vedranno solo tra vent’anni. Nel frattempo, le restrizioni e le tasse sullo svapo penalizzano chi vorrebbe smettere oggi.
I numeri lo dimostrano: il fumo tra gli adulti britannici è sceso all’11,9 per cento, il minimo storico, ma i progressi sono fragili. A Londra il tasso è risalito fino al 22 per cento, un balzo del 40 per cento in un anno. In Scozia la situazione è ferma, in Irlanda le tasse sui liquidi da inalazione sono le più alte d’Europa e rischiano di spingere di nuovo i fumatori verso le sigarette tradizionali.
Il Regno Unito che per anni ha guidato il mondo seguendo le direttive di Public Health England oggi sembra pronto a smantellare il proprio successo, un divieto alla volta. Al posto della scienza avanza la morale, al posto dei risultati il teatrino politico. Ma se Londra rinuncia alla chiarezza sulla riduzione del danno, l’effetto domino sarà globale: i governi meno aperti all’evidenza si sentiranno legittimati a reprimere, non a informare. Per questo, chi crede nella riduzione del danno deve ripartire dalla comunicazione. Spiegare, con dati e trasparenza, che non tutte le nicotine sono uguali. E oggi è più urgente che mai. Se il messaggio si perde, i fumatori torneranno alle sigarette. Sarebbe il più grande passo indietro della salute pubblica britannica in una generazione e  attirerebbe con sè anche tutti gli attuali indecisi.

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