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Le politiche di riduzione del danno da fumo rappresentano oggi una delle sfide più complesse e decisive per la salute pubblica globale. Gli esempi recenti dell’India e del Bangladesh mostrano come un approccio puramente proibizionista, volto al divieto totale dei prodotti alternativi alla sigaretta tradizionale, rischi di produrre effetti contrari agli obiettivi dichiarati. La scelta di vietare la produzione, la vendita e l’uso di sigarette elettroniche e sistemi di somministrazione di nicotina, nata con l’intento di tutelare la popolazione e in particolare i più giovani, ha finito per spingere il consumo verso canali illegali e per compromettere il percorso di disassuefazione di molti fumatori adulti.
Nel caso dell’India, a distanza di anni dal varo del Prohibition of Electronic-Cigarettes Act del 2019, i risultati appaiono tutt’altro che soddisfacenti. Le indagini condotte in vari stati e nella capitale Delhi rivelano una realtà in cui i prodotti per lo svapo sono ancora facilmente reperibili, sia online sia nei negozi al dettaglio, senza alcun controllo sull’età dei consumatori. La mancanza di consapevolezza dei venditori circa il divieto e la debolezza delle strutture di vigilanza hanno reso la legge, nei fatti, inapplicabile. Ma l’aspetto più significativo è che, in assenza di una regolamentazione chiara e di un mercato legale controllato, la qualità e la sicurezza dei prodotti disponibili risultano totalmente fuori controllo, aumentando i rischi per i consumatori e aprendo spazi enormi al commercio illecito.
Parallelamente, altri Paesi come il Bangladesh stanno replicando lo stesso modello restrittivo. L’obiettivo dichiarato di creare un Paese “senza fumo” entro il 2040 potrebbe apparire nobile, ma la strada scelta rischia di condurre in direzione opposta. Vietare le sigarette elettroniche e le alternative a minore rischio, come il tabacco riscaldato o le bustine di nicotina, non elimina la dipendenza, bensì la sposta verso forme più dannose e difficili da controllare. Le esperienze internazionali mostrano infatti che i divieti assoluti non riducono la domanda, ma la spingono nella clandestinità, con la conseguenza di esporre i consumatori a prodotti di qualità inferiore e di sottrarre risorse fiscali e regolative allo Stato.
I sondaggi opinione svolti in India indicano inoltre che una larga maggioranza della popolazione riconosce nelle sigarette elettroniche e nei prodotti a rischio ridotto una valida alternativa per smettere di fumare o diminuire i danni associati al consumo di tabacco combusto. L’86% degli intervistati ritiene che questi dispositivi siano una scelta migliore rispetto alle sigarette tradizionali, e l’87% vorrebbe che fossero accessibili ai fumatori adulti. Ignorare questa percezione sociale significa non solo disattendere una domanda reale di salute pubblica, ma anche rinunciare a una strategia pragmatica di riduzione del danno, basata sull’evidenza scientifica e sull’esperienza di Paesi che hanno ottenuto risultati concreti grazie a politiche più equilibrate La riduzione del danno non è una forma di resa alla dipendenza, bensì un approccio realistico e graduale che riconosce la difficoltà di eliminare del tutto il consumo di nicotina, ma punta a limitarne le conseguenze sanitarie più gravi. Vietare le alternative meno nocive, senza offrire un percorso regolamentato di transizione, significa lasciare milioni di fumatori senza strumenti per migliorare la propria salute e rischiare di farli ricadere nel fumo tradizionale.
Un’efficace politica di salute pubblica dovrebbe, invece, differenziare i prodotti in base al rischio, promuovere la trasparenza informativa, garantire controlli rigorosi sulla qualità e impedire l’accesso ai minori, ma senza criminalizzare le scelte dei fumatori adulti. L’obiettivo di una società senza fumo non si realizza con il divieto, bensì con la conoscenza, la regolamentazione e la responsabilizzazione.



