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Il professor Jean-François Etter, docente onorario di sanità pubblica all’Università di Ginevra e autore di oltre 180 articoli scientifici su nicotina, tabacco, disassuefazione e sigarette elettroniche, ha lanciato un forte appello alla comunità internazionale in vista della prossima Conferenza delle parti (Cop11) della Convenzione quadro dell’organizzazione mondiale della sanità per il controllo del tabacco (Fctc). Secondo Etter, i documenti preparatori elaborati dal Segretariato della Fctc contengono una “grave distorsione” degli obiettivi originari della Convenzione, poiché estendono il campo d’azione del trattato alla “riduzione dell’uso di nicotina” in generale, anziché limitarsi a combattere il consumo di tabacco e l’esposizione al fumo. “Si tratta di un abuso serio da parte del Segretariato della Fctc, di cui i delegati devono essere consapevoli”, attacca Etter. L’obiettivo della Convenzione, definito chiaramente all’articolo 3, è infatti “proteggere le generazioni presenti e future dalle devastanti conseguenze sanitarie, sociali, ambientali ed economiche del consumo di tabacco e dell’esposizione al fumo di tabacco”. Nessun riferimento, dunque, alla nicotina al di fuori del contesto del tabacco.

Etter ricorda che il termine “dipendenza da nicotina” compare solo tre volte nel testo della Convenzione, sempre in riferimento al trattamento dei fumatori, non al consumo di nicotina in sé. Quando la Fctc fu adottata nel 2003, i prodotti alternativi a base di nicotina — come le sigarette elettroniche o il tabacco riscaldato — non esistevano o erano appena agli inizi. “All’epoca – osserva Etter, “i soli prodotti contenenti nicotina non derivanti dal tabacco erano i farmaci per la disassuefazione, come cerotti e gomme, che non sono considerati prodotti di consumo né creano dipendenza nella grande maggioranza degli utilizzatori”.
Per Etter, quindi, l’articolo 5.2.b della Fctc, che invita gli Stati a “prevenire e ridurre il consumo di tabacco, la dipendenza da nicotina e l’esposizione al fumo di tabacco”, va interpretato alla luce del contesto storico: esso si riferisce alla dipendenza dei fumatori da trattare, non a un divieto generale di consumo di nicotina. “La Convenzione non fa alcun riferimento alla riduzione del consumo di nicotina separatamente dal tabacco”, sottolinea. Ciò che preoccupa il professore è la nuova linea promossa dal Segretariato della Fctc, che mira a includere i prodotti a base di nicotina privi di tabacco — come e-cigarette e prodotti a tabacco riscaldato — nell’ambito degli articoli della Convenzione. In particolare, il Segretariato suggerisce di considerare la riduzione del danno come una “strategia di interferenza dell’industria del tabacco”, soggetta alle restrizioni dell’articolo 5.3, secondo cui “le Parti devono proteggere le politiche sanitarie dagli interessi commerciali e di altra natura dell’industria del tabacco”. “Ecco il colpo di mano” – accusa Etter – Non solo il Segretariato ha ampliato impropriamente il campo d’azione della Fctc per includere i prodotti di nicotina senza tabacco, ma ora vuole usare l’artiglieria pesante: assimilare la riduzione del danno a una cospirazione dell’industria”.
Per il professore svizzero, questa visione è “una teoria del complotto” che confonde chi sostiene la riduzione del danno con i portavoce dell’industria del tabacco. “È un modo malizioso di presentare tutti gli esperti e i ricercatori che lavorano per ridurre i danni del fumo come se fossero complici dell’industria, volontariamente o meno”, afferma. Etter ricorda che il concetto di “riduzione del danno” è esplicitamente menzionato nella stessa Fctc, che definisce il controllo del tabacco come “un insieme di strategie di offerta, domanda e riduzione del danno volte a migliorare la salute della popolazione riducendo il consumo di prodotti del tabacco e l’esposizione al fumo. Le radici della riduzione del danno sono dunque nella Fctc stessa”, puntualizza. Ancora più grave, secondo Etter, è l’affermazione del Segretariato secondo cui l’industria e i suoi alleati userebbero “affermazioni di riduzione del danno non provate” per promuovere i nuovi prodotti. “Si tratta di disinformazione palese. Le aziende non fanno affermazioni sanitarie, perché se lo facessero i loro prodotti sarebbero classificati come farmaci e dovrebbero essere autorizzati come tali”. Ma il problema è più profondo: negare che i prodotti non combustibili siano meno dannosi delle sigarette tradizionali “è di per sé un’affermazione pericolosa”. Etter la definisce “indegna dell’Oms e moralmente riprovevole da parte del Segretariato” perché “porta a politiche che possono letteralmente costare vite umane”. In molti Paesi, sottolinea, i governi si affidano alle valutazioni scientifiche dell’Oms; se queste sono distorte, i fumatori rischiano di vedersi negare alternative più sicure.
“È inaccettabile che un organismo come l’OMS diffonda propaganda antiscientifica” conclude Etter – I delegati della Cop11 devono respingere questa deriva ideologica e chiedere che la guida della Convenzione sia affidata a persone serie e oneste, che mettano la scienza, e non l’ideologia, al centro delle proprie azioni”. Etter lancia così un messaggio chiaro: la lotta al tabacco deve restare una priorità di salute pubblica, ma non può trasformarsi in una crociata contro la nicotina in sé, né tantomeno contro le strategie di riduzione del danno che stanno salvando vite in tutto il mondo.
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