L'attualità quotidiana sulla sigaretta elettronica

La Francia scende in piazza per difendere la sigaretta elettronica

Manifestazioni in tutto il Paese contro la decisione di assimilare il vaping al fumo, sulla scia dell'apparato normativo italiano

Mentre il parlamento francese è in procinto di approvare la riforma del mercato delle sigarette elettroniche, la reazione della filiera del vaping e dei consumatori non si è fatta attendere. Tra martedì 4 e mercoledì 5 novembre migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia per difendere un settore che considerano essenziale nella lotta contro il fumo tradizionale e nella riduzione del rischio tabagico. Da Bordeaux a Strasburgo, passando per Lille, Orléans, Aix-en-Provence, Cherbourg e Vannes, professionisti, utenti e semplici cittadini si sono riuniti dietro lo slogan “Vaper n’est pas fumer”, un messaggio diretto contro l’articolo 23 della legge di bilancio che propone di assimilare i prodotti del vaping a quelli del tabacco.
Dietro la protesta c’è un tema di salute pubblica ma anche di economia e occupazione. In Francia il settore della sigaretta elettronica conta circa 3.500 negozi specializzati e oltre 20 mila lavoratori, una filiera che negli ultimi dieci anni ha contribuito a ridurre il numero di fumatori e a sviluppare un mercato alternativo, spesso indipendente dai grandi gruppi del tabacco. L’assimilazione giuridica e fiscale del vaping al tabacco, prevista dal governo, comporterebbe invece una serie di misure giudicate devastanti per il settore: l’introduzione di una nuova accisa sugli e-liquidi, il divieto di vendita online e l’obbligo per i negozi di ottenere un’autorizzazione amministrativa simile a quella richiesta ai tabaccai. In sostanza, si tratterebbe di un sistema molto simile a quello già esistente in Italia.

Manifestanti a Lille (photo Fivape)

La vendita online, fondamentale in Francia per raggiungere i consumatori che vivono in aree rurali o che non hanno accesso a negozi specializzati, verrebbe completamente vietata. Inoltre, le nuove condizioni amministrative per l’apertura o il mantenimento di un punto vendita potrebbero mettere fuori gioco molti piccoli imprenditori.
Secondo la Fédération Interprofessionnelle de la Vape (Fivape), l’impatto economico complessivo sarebbe drammatico. L’associazione stima che migliaia di posti di lavoro sarebbero minacciati e che lo Stato stesso rischierebbe di perdere centinaia di milioni di euro di entrate a causa della contrazione del mercato legale e dell’eventuale ritorno di molti utenti al tabacco tradizionale. La filiera sottolinea come la sigaretta elettronica sia oggi lo strumento di disassuefazione più efficace, secondo numerose ricerche internazionali, e come la sua penalizzazione possa vanificare anni di progressi nella riduzione del fumo.
Dalla parte del governo, la giustificazione principale è la coerenza con la strategia “Génération sans tabac”, il piano che punta a ridurre drasticamente il numero di fumatori entro il 2032. L’esecutivo intende limitare la banalizzazione dei gesti associati al fumo e prevenire l’iniziazione dei più giovani al vaping, fenomeno che negli ultimi anni ha destato preoccupazione in vari paesi europei. Tuttavia, per i manifestanti e per gli operatori del settore, equiparare il vaping al tabacco sarebbe un errore concettuale e sanitario: si tratta, sostengono, di due prodotti radicalmente diversi, con un profilo di rischio incomparabile.

Manifestanti a Strasburgo (foto Fr.VapingPost)

La mobilitazione contro l’articolo 23 si è rapidamente estesa anche online. Una petizione lanciata dal movimento #NeTuezPasLaVape ha superato le 185 mila firme in pochi giorni, mentre numerosi medici, tabaccologi e associazioni per la riduzione del rischio hanno espresso solidarietà al movimento. Gli argomenti si concentrano su un punto cruciale: rendere più costosa o meno accessibile la sigaretta elettronica significherebbe disincentivare l’abbandono del tabacco combustibile, favorendo indirettamente le multinazionali del fumo che potrebbero riassorbire gli ex fumatori disorientati.
Le manifestazioni del 4 e 5 novembre rappresentano una delle mobilitazioni più ampie mai organizzate dal mondo del vaping in Francia. Per molti, è l’ultima occasione per farsi ascoltare da un governo accusato di aver elaborato la riforma senza una reale concertazione con il settore. Sul piano politico, la pressione esercitata dalle piazze e dalle associazioni potrebbe spingere l’Assemblea nazionale a rivedere o ammorbidire alcune misure del testo, ma al momento l’esecutivo non ha dato segnali di apertura.
Il dibattito resta acceso e mette in luce una frattura più profonda tra la logica sanitaria e quella economica. Da un lato, la necessità di proteggere i giovani e ridurre ogni forma di dipendenza; dall’altro, il riconoscimento del vaping come strumento di salute pubblica e come alternativa concreta al fumo. In mezzo, ventimila lavoratori e quattro milioni di vapers francesi che chiedono di non essere trattati come fumatori, ma come parte della soluzione al problema del tabacco. Ma è una storia già vissuta anche in Italia e, purtroppo, destinata a evolvere nella direzione del centralismo statalista.

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