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In un articolo provocatorio intitolato “Anti-smoking own goals” e pubblicato su The Critic, l’analista britannico Christopher Snowdon sostiene una tesi che, a prima vista, sembra paradossale: le politiche più aggressive contro il tabacco avrebbero finito per rafforzare, anziché indebolire, il fumo tradizionale. Snowdon esordisce citando la terza legge politica di Robert Conquest, secondo la quale “il comportamento delle burocrazie è meglio spiegato assumendo che siano controllate da una cricca segreta dei loro nemici”.

È una chiave ironica per leggere il modo in cui, secondo l’autore, l’Organizzazione mondiale di sanità e il movimento anti-fumo avrebbero finito per aiutare proprio l’industria che volevano distruggere. “È del tutto possibile — scrive — che oggi ci sarebbero meno fumatori se il movimento anti-fumo non fosse mai esistito”. Snowdon ricostruisce una storia alternativa: in Gran Bretagna, tra il 1950 e il 1990, il numero di fumatori si era già più che dimezzato, senza misure autoritarie. La consapevolezza dei rischi sanitari, unita alla pressione sociale e all’aumento graduale delle tasse, aveva creato un circolo virtuoso che spingeva sempre più persone a smettere. Secondo l’autore, in quell’epoca “nessuno avrebbe avuto bisogno di una lobby anti-fumo”. Poi arrivano gli anni Duemila e, con essi, le sigarette elettroniche. Qui Snowdon immagina un mondo parallelo in cui l’Oms avrebbe accolto con sollievo l’arrivo di un prodotto “in grado di fornire nicotina con rischi trascurabili”, lanciando campagne per spiegare che la nicotina non causa il cancro e che “il vaping è del 95% più sicuro del fumo”. In quel mondo ideale, scrive, entro il 2040 il fumo tradizionale sarebbe scomparso quasi del tutto.
Ma la realtà, aggiunge, è andata nella direzione opposta. Una “industria fiorente di militanti anti-tabacco” ha costruito una nuova ortodossia ideologica, un “ecosistema proibizionista” che ha trovato nella guerra alle e-cigarette un nuovo nemico. Snowdon denuncia la “pseudoscienza” che avrebbe giustificato misure sempre più drastiche, come il divieto di esposizione dei pacchetti o le confezioni neutre. “Il crollo del numero di fumatori nel Regno Unito — osserva — è stato attribuito a queste politiche, nonostante gli Stati Uniti abbiano raggiunto tassi più bassi senza adottarle”.
Il risultato, secondo i dati citati, è un clamoroso effetto boomerang. Tra il 2013 e il 2025, la percentuale di britannici convinti che il vaping sia altrettanto o più dannoso del fumo è passata dall’8 al 56 per cento. Perfino “sei medici su dieci credono che la nicotina causi il cancro”. L’Oms, invece di correggere queste percezioni, continua a dichiarare che le sigarette elettroniche non sono sicure e che la nicotina è dannosa per la salute, incoraggiando molti Paesi — una quarantina, scrive Snowdon — a vietarle del tutto. In Europa, dove alcuni Paesi hanno adottato tasse elevate e bando degli aromi, la riduzione del numero di fumatori è in stallo. In Gran Bretagna, dove il pacchetto di sigarette costa ormai più di cinque sterline al mercato nero, il governo ha addirittura introdotto una nuova tassa che raddoppierà il prezzo delle sigarette elettroniche, scoraggiando ulteriormente chi vorrebbe smettere.
Il paradosso, conclude Snowdon, è che “senza la lobby anti-fumo non ci sarebbero stati estremisti anti-nicotina e senza di loro non ci sarebbe stato alcun problema”. Le politiche nate per salvare vite avrebbero così consolidato il potere economico e simbolico del tabacco combusto. Una “cricca segreta di nemici”, appunto.



