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A vent’anni dall’entrata in vigore della Convenzione quadro sul controllo del tabacco (Fctc) dell’Organizzazione mondiale di sanità, il bilancio delle politiche globali di contrasto al fumo appare tutt’altro che confortante. È quanto sostengono Karl Fagerström, Viktor Mravcik, Andrzej Fal, Guillermo Gervasini e Nicolas Roberto Robles nell’articolo “Two decades of global tobacco control: time for a rethink”, pubblicato sulla rivista scientifica Internal and Emergency Medicine.

Gli autori, tra i più autorevoli studiosi internazionali nel campo della dipendenza da nicotina, mettono in discussione l’efficacia delle strategie di controllo del tabacco così come attualmente concepite. Dopo vent’anni di applicazione del trattato e di implementazione del pacchetto di misure Mpower (monitorare, proteggere, offrire aiuto per smettere, avvertire sui rischi, far rispettare i divieti di pubblicità e aumentare le tasse), il tasso globale di fumatori non diminuisce al ritmo previsto. Secondo i dati citati nello studio, l’obiettivo dell’Oms di ridurre la prevalenza del fumo del 30% entro il 2025 non sarà raggiunto: il calo stimato sarà di appena il 17% in Europa, seconda regione peggiore dopo il Pacifico occidentale. E anche l’ambizioso traguardo fissato dall’Unione europea – meno del 5% di fumatori entro il 2040 – appare fuori portata: ai ritmi attuali, spiega l’articolo, l’obiettivo potrebbe essere raggiunto solo nel XXII secolo.
Per gli autori, il problema non è l’insuccesso delle politiche di controllo tradizionali in sé, ma la loro incapacità di adattarsi ai limiti ormai evidenti. I rendimenti decrescenti delle strategie basate unicamente su prevenzione e cessazione lasciano i medici di base e gli internisti senza strumenti efficaci per affrontare una delle principali cause di morte evitabile nel mondo. Da qui l’appello a ripensare la politica del controllo del tabacco, integrandola con un approccio di riduzione del danno. La stessa Fctc, ricordano gli autori, riconosce formalmente la riduzione del rischio come componente della lotta al tabagismo (articolo 1d). Tuttavia, l’Oms e molte istituzioni sanitarie continuano a promuovere un paradigma “nicotine-free”, che ignora le differenze di rischio tra le varie modalità di consumo.
Lo studio cita esempi eloquenti. In Paesi come Svezia, Nuova Zelanda e Giappone, dove milioni di fumatori hanno abbandonato le sigarette a favore di alternative meno nocive – come sigarette elettroniche, snus o prodotti a tabacco riscaldato – la prevalenza del fumo si è ridotta fino al 50% in un decennio. La Svezia, in particolare, è ormai prossima a diventare il primo Paese “smoke-free” d’Europa, con tassi di mortalità da tabacco tra i più bassi del continente. I dati britannici confermano la tendenza: uno studio citato da Fagerström e colleghi mostra che le sigarette elettroniche sono oggi lo strumento più efficace per smettere a livello di popolazione, mentre le terapie sostitutive alla nicotina da banco non mostrano risultati significativi nel mondo reale. “I tassi di successo nel tentativo di smettere – scrivono – potrebbero migliorare incoraggiando l’uso di metodi più efficaci”.
Il lavoro solleva anche un tema etico: considerare e tassare le alternative a rischio ridotto come se fossero sigarette “è profondamente scorretto e contrario alla salute pubblica”. Vietare o ostacolare l’accesso a prodotti che riducono i danni, mentre le sigarette restano legali ovunque, significa proteggere proprio l’industria che si vorrebbe contrastare. Il messaggio centrale è chiaro: l’obiettivo realistico non è eliminare la nicotina, ma eliminare il fumo. Pretendere una società nicotine-free – sostengono gli autori – è tanto utopistico quanto l’obiettivo, mai raggiunto, di un mondo senza droghe perseguito dalle convenzioni internazionali sugli stupefacenti.
Secondo Fagerström e colleghi, insomma, il prossimo ventennio del controllo del tabacco dovrebbe fondarsi su un principio pragmatico: ridurre drasticamente i danni legati alla combustione, permettendo ai fumatori di passare a forme di assunzione di nicotina molto meno rischiose. Solo integrando la riduzione del danno all’interno della cornice della Fctc sarà possibile invertire la tendenza e accelerare il declino del fumo nel mondo. In altre parole, la lotta al tabagismo ha bisogno di evolversi: meno ideologia, più scienza.



