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Le recenti dichiarazioni del commissario alla Salute Olivér Várhelyi hanno riaperto un dibattito delicato e tutt’altro che risolto: quello sui rischi sanitari dei nuovi prodotti a base di nicotina. In due interventi pubblici, uno istituzionale e uno diffuso su X, il commissario ha equiparato tali prodotti al tabacco combusto e ha affermato che la nicotina “contribuisce allo sviluppo del cancro“. È un’affermazione pesante, che l’interrogazione parlamentare ha messo immediatamente in discussione chiedendo su quali basi scientifiche si fondi e come possa conciliarsi con il fatto che la revisione della normativa europea sul tabacco è ancora in corso.
La risposta della Commissione, anziché chiarire, ha finito per alimentare le perplessità. Citando dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, la Commissione si limita a ribadire che la nicotina è tossica e altamente dipendente e che e-cigarette e nicopouches produrrebbero sostanze cancerogene. Tuttavia, non risponde alla questione centrale posta dagli eurodeputati: esistono evidenze scientifiche che consentano di equiparare il rischio di prodotti senza combustione a quello del tabacco tradizionale? La replica evita ogni riferimento a studi comparativi, non cita meta-analisi, non distingue tra livelli di esposizione né affronta la differenza – ben documentata nella letteratura scientifica – tra il danno provocato dalla combustione e quello dei prodotti alternativi. Si tratta, quindi, di una risposta più assertiva che dimostrativa.

C’è poi un nodo istituzionale che la risposta non scioglie. Il Parlamento aveva chiesto in modo esplicito che la revisione della direttiva sui prodotti del tabacco includesse analisi comparative del rischio tra diverse categorie di prodotti, come indicato nelle risoluzioni Beca e sulle malattie non trasmissibili. La Commissione, invece, pur assicurando che il processo di valutazione proseguirà secondo la metodologia della better regulation, non conferma che tali studi verranno realmente svolti. Di fatto, sembra presupporre come dato ciò che l’analisi dovrebbe invece accertare: che tutti i prodotti contenenti nicotina sono equivalenti dal punto di vista sanitario.
Il rischio è evidente. Se l’Unione europea formula conclusioni politiche prima della conclusione del proprio processo di valutazione, la credibilità stessa del metodo regolatorio viene indebolita. La prudenza scientifica viene sostituita da una comunicazione dogmatica, che potrebbe tradursi in misure normative non proporzionate e difficili da giustificare presso i cittadini e gli Stati membri. In un settore tradizionalmente sensibile come quello del tabacco, dove gli interessi in gioco sono molteplici e spesso contrapposti, questo atteggiamento rischia di compromettere l’efficacia delle future politiche di salute pubblica.
La questione di fondo non è sostenere che i nuovi prodotti siano innocui: nessun serio interlocutore lo afferma. Si tratta piuttosto di stabilire se, quanto e in che modo differiscano dal tabacco combusto. Ignorare queste differenze significa ignorare un elemento essenziale per qualsiasi regolazione basata sul rischio. Le dichiarazioni del commissario e la risposta della Commissione sembrano indicare una direzione opposta, più ideologica che scientifica.
Il Parlamento ha chiesto un’analisi rigorosa e imparziale. La vera domanda ora è se la Commissione intenda davvero offrirla o se il verdetto, almeno politicamente, sia già stato scritto.
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