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L’ultimo anno ha mostrato con chiarezza quanto le politiche proibizionistiche sulla nicotina stiano producendo conseguenze controproducenti soprattutto nel Regno Unito e in Irlanda ma generalmente in buona parte d’Europa. Nel tentativo di restringere l’accesso ai prodotti del tabacco e sostituire la riduzione del danno con divieti sempre più severi, i governi hanno contribuito ad alimentare un’economia parallela che cresce a ritmi più veloci di qualsiasi intervento di controllo.
Nel Regno Unito, la repressione nazionale ha riportato alla luce un mercato illecito straordinario. Solo tra aprile 2023 e marzo 2024 sono state sequestrate oltre 1,36 miliardi di sigarette illegali, un volume che dà la misura di quanto la domanda si sia spostata verso i canali non regolamentati. In aree come il Lancashire, le forze dell’ordine hanno trovato merce nascosta in doppi fondi, in magazzini improvvisati e dietro false pareti: un mercato strutturato, non certo opera di piccoli contrabbandieri. I pacchetti, privi di avvertenze sanitarie, venivano venduti a prezzi stracciati. A corredo, denaro falso, e-cig usa e getta illegali e “illegal whites” prodotti fuori da qualsiasi standard. Un esito previsto da chi, come Clive Bates e altri sostenitori della riduzione del danno, metteva in guardia da politiche che spingono i consumatori verso il mercato nero. Nel frattempo, il prezzo del tabacco legale ha raggiunto livelli record – fino a 18 sterline a pacchetto – mentre le sigarette elettroniche usa e getta sono state vietate. Il risultato: milioni di consumatori si rivolgono a canali illeciti che offrono gli stessi prodotti a una frazione del costo.
Il divieto inglese sulle e-cig monouso ne è l’esempio più chiaro. Nonostante lo stop, il 63% degli svapatori ne fa ancora uso e uno su cinque le acquista ormai nel mercato nero. L’offerta non è scomparsa: semplicemente si è spostata. Intanto, una parte degli utenti è tornata al fumo tradizionale, segnale di un fallimento che incide direttamente sulla salute pubblica.
L’Irlanda sembra avviata sulla stessa strada. Il disegno di legge che punta a vietare le e-cig monouso e a irrigidire le norme su bustine di nicotina e aromi nasce con l’obiettivo dichiarato di proteggere i giovani, ma ignora segnali e dati già evidenti altrove. Diversi gruppi di consumatori e associazioni sottolineano come la regolamentazione, non il divieto, sia la strada che ha funzionato in paesi come Svezia o Emirati Arabi Uniti.
Anche sul piano politico internazionale il Regno Unito dà segnali contrastanti. Alla Cop11, pur avendo promesso una difesa del principio di riduzione del danno, la delegazione britannica ha adottato una linea prudente, evitando di promuovere apertamente lo svapo come alternativa più sicura. Il programma “Swap-to-Stop”, unico al mondo per dimensioni e coinvolgimento di fumatori verso prodotti a rischio ridotto, non è stato nemmeno menzionato. Un silenzio che ha fatto discutere, soprattutto mentre gruppi finanziati da Bloomberg spingevano verso posizioni più restrittive.
Il quadro complessivo indica un punto di rottura evidente. Quando le alternative più sicure vengono ostacolate, è il mercato illegale a prosperare e la lotta al fumo a rallentare. Al contrario, dove l’accesso è regolato in modo pragmatico, il fumo cala rapidamente. Svezia, Nuova Zelanda e Giappone lo hanno già dimostrato. Per contenere davvero i danni legati al tabacco, i governi devono recuperare un approccio basato sull’evidenza, che distingua tra prodotti a rischio diverso e privilegi la riduzione del danno rispetto al proibizionismo ideologico. Finché ciò non accadrà, la crescita dell’economia illecita e la perdita di fiducia nelle istituzioni sanitarie resteranno il segno più evidente del fallimento delle politiche attuali.



