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La storia del cosiddetto popcorn lung continua a riemergere nel dibattito sulla sicurezza degli aromi e sul ruolo delle sigarette elettroniche, sebbene l’origine di questo termine sia lontana dal vaping e radicata nell’industria alimentare statunitense. La bronchiolite obliterante è una malattia rara e grave che cicatrizza i bronchioli fino a compromettere irreversibilmente la funzione respiratoria. L’unica cura definitiva è il trapianto di polmoni, che può paradossalmente causare a sua volta la stessa patologia sotto forma di rigetto cronico.
Il nome popcorn lung nasce da un’indagine del Cdc del 2002 sui lavoratori di una fabbrica di popcorn del Missouri esposti a concentrazioni elevate di diacetile, aroma utilizzato per conferire il sapore burroso. L’inalazione prolungata di vapori concentrati provocò danni polmonari severi in alcuni operatori. Quel caso, però, rappresentava solo la punta dell’iceberg. Già negli anni precedenti i medici del territorio avevano notato un numero anomalo di giovani lavoratori con sintomi respiratori progressivi del tutto incompatibili con l’età e la storia clinica. I sintomi comparivano rapidamente, senza il lungo decorso tipico delle broncopneumopatie croniche e non rispondevano alle terapie convenzionali.

Quando la correlazione con l’esposizione agli aromi industriali si fece evidente, le agenzie federali avviarono una delle prime indagini sistematiche sulla tossicità da inalazione di additivi alimentari, segnando un punto di svolta nella normativa sulla sicurezza sul lavoro. Il diacetile è sicuro per l’uso alimentare ma inalato in forma concentrata può essere tossico. Da questa vicenda è nata un’associazione duratura tra la sostanza e la malattia, alimentata anche dalla forte risonanza mediatica dell’epoca: la stampa statunitense enfatizzò il contrasto tra un prodotto domestico e rassicurante come il popcorn e la severità delle lesioni polmonari scoperte nei lavoratori. Da qui la diffusione dell’espressione popcorn lung, che ha finito per oscurare il nome scientifico della patologia. Nel 2014 uno studio del cardiologo greco Konstantinos Farsalinos rilevò la presenza di diacetile e acetil propionile in vari e-liquid, definendoli rischi evitabili. Ciò portò molte aziende europee a riformulare i prodotti: il Regno Unito lo ha vietato espressamente mentre nell’Unione europeo l’utilizzo è altamente sconsigliato.
Tuttavia, la domanda centrale resta aperta: lo svapo può causare popcorn lung? Ad oggi non esiste alcun caso documentato né evidenze che colleghino le sigarette elettroniche alla bronchiolite obliterante. La valutazione dei livelli di esposizione è illuminante: il fumo tradizionale contiene quantità di diacetile cento volte superiori ai valori più alti rilevati nei liquidi per sigarette elettroniche eppure la malattia non è associata al consumo di sigarette tradizionali. Il fumo è responsabile di patologie ben note e gravissime, dalla Bpco ai tumori, mentre lo svapo, pur non privo di rischi, elimina la combustione e molte sostanze tossiche correlate. Il legame tra il vaping e il popcorn lung rimane quindi un mito mediatico alimentato da interpretazioni superficiali. Per chi si occupa di riduzione del danno, questa vicenda dimostra quanto sia importante distinguere tra esposizione reale, evidenze scientifiche e narrazioni che prosperano più sulla suggestione che sui dati.



