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Limitare o vietare i gusti delle sigarette elettroniche può avere un effetto opposto a quello desiderato. A confermare quanto già rilevato da molta letteratura scientifica, è lo studio “Restricting Sales of Flavored Nicotine Vaping Products: Effects on Nicotine Vaping Product and Cigarette Sales in Canada”, firmato dagli economisti Brad A. Davis e Michael F. Pesko della University of Missouri insieme ad Abigail Friedman della Yale School of Public Health. Il loro lavoro analizza le conseguenze delle restrizioni sugli aromi dei prodotti del vaping introdotte in diverse province canadesi tra il 2018 e il 2023.
La ricerca prende in esame un contesto particolarmente interessante: il Canada è infatti uno dei Paesi con la regolamentazione sul tabacco più severa al mondo, con il divieto nazionale delle sigarette al mentolo, il packaging neutro e un tetto massimo alla concentrazione di nicotina nei liquidi per sigarette elettroniche. Proprio per questo, secondo gli autori, il caso canadese rappresenta un banco di prova fondamentale per capire se le politiche restrittive sugli aromi funzionino davvero dal punto di vista della salute pubblica.
Utilizzando dati ufficiali di Health Canada sulle vendite di sigarette e dati NielsenIQ sulle vendite di prodotti del vaping nei negozi di prossimità e nelle stazioni di servizio, lo studio arriva a una conclusione netta: le restrizioni sugli aromi riducono quasi completamente la vendita di sigarette elettroniche aromatizzate, ma allo stesso tempo portano a un aumento significativo delle vendite di sigarette tradizionali. In media, nelle province che hanno introdotto i divieti, le vendite di sigarette sono cresciute del 9,6 per cento, con stime alternative che arrivano a superare il 20 per cento. Il meccanismo individuato dagli autori è quello della sostituzione. Quando gli aromi più apprezzati vengono eliminati o resi difficili da reperire, una parte dei consumatori non smette di usare nicotina ma si sposta verso prodotti legali e più facilmente disponibili. Da un lato aumentano le vendite di sigarette elettroniche al gusto tabacco o senza aroma, dall’altro cresce il consumo di sigarette combustibili, che restano di gran lunga il prodotto più nocivo.
Il dato è particolarmente rilevante perché contraddice l’idea, spesso sostenuta nel dibattito politico, secondo cui vietare gli aromi sarebbe una misura efficace per ridurre il fumo, soprattutto tra i giovani. Secondo Davis, Friedman e Pesko, anche in un Paese con forti restrizioni sul tabacco come il Canada, il divieto sugli aromi rischia di rallentare il calo del fumo invece di accelerarlo. Lo studio sottolinea inoltre che le sigarette elettroniche, pur non essendo prive di rischi, sono considerate dalla maggior parte degli esperti significativamente meno dannose delle sigarette tradizionali. Forzare i consumatori ad abbandonare un’alternativa meno rischiosa per tornare al fumo combusto può quindi peggiorare gli esiti di salute pubblica.
Gli autori invitano infine a una maggiore cautela nella progettazione delle politiche sul vaping. Limitare la scelta dei consumatori, spiegano, non garantisce automaticamente una riduzione del danno e può produrre effetti indesiderati difficili da ignorare. Il caso canadese suggerisce che le dinamiche di mercato e di comportamento contano quanto le intenzioni normative e che ignorarle può dunque portare a risultati controproducenti.



