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Il mercato globale delle sigarette elettroniche si prepara a una fase di profonda trasformazione sotto la spinta delle nuove politiche industriali cinesi. Con circa il 90% della produzione mondiale concentrata nel Paese asiatico, ogni intervento regolatorio deciso a Pechino ha un impatto diretto sugli equilibri internazionali di un settore che negli ultimi dieci anni ha conosciuto una crescita impetuosa.
Dopo anni caratterizzati da una regolamentazione disomogenea e da un’espansione quasi incontrollata della capacità produttiva, nel 2022 il governo cinese ha cambiato radicalmente approccio, portando l’intero comparto del vaping sotto il controllo statale, come del resto sta accadendo in quasi tutto il mondo e di cui l’Italia è stata la capofila. La supervisione è stata affidata alla State Tobacco Monopoly Administration, l’ente che già gestisce l’industria tradizionale del tabacco. L’obiettivo dichiarato era quello di ricondurre il settore entro un quadro normativo più stringente e coordinato.
Negli ultimi mesi, tuttavia, la stretta si è ulteriormente intensificata. Le autorità hanno imposto il congelamento delle capacità produttive: nessuna nuova impresa può entrare nel mercato e gli stabilimenti esistenti non sono autorizzati ad ampliare le proprie linee. Una misura che punta a contenere l’eccesso di offerta e a frenare la competizione interna. A questo si aggiunge l’introduzione di controlli fisici diretti nelle fabbriche. Non basta più dichiarare i volumi prodotti per dimostrare il rispetto delle quote assegnate: ogni linea deve essere ispezionata e certificata, con un tetto massimo ufficiale che non può essere superato. Il passaggio da un sistema basato sull’autodichiarazione a uno fondato su verifiche sul campo segna un cambio di paradigma nella governance del settore.
Secondo le motivazioni ufficiali, la stretta è legata alla crescente guerra dei prezzi che avrebbe eroso i margini dei produttori. L’elevato numero di operatori avrebbe spinto molti a ridurre drasticamente i listini pur di mantenere quote di mercato, generando una spirale competitiva ritenuta insostenibile dalle autorità. Le conseguenze non si limitano però ai confini nazionali. Il governo cinese ha annunciato la cancellazione del rimborso dell’Iva sulle esportazioni di prodotti contenenti nicotina a partire dal 1° aprile 2026. Per i produttori, questo si tradurrà in un aumento dei costi pari al 13% per dispositivi usa e getta e pod precaricate destinati ai mercati esteri. Molte aziende hanno già anticipato che adegueranno i prezzi internazionali per assorbire l’impatto fiscale. Parallelamente, il rimborso Iva sulle batterie e, più in generale su tutto l’hardware, sarà progressivamente ridotto fino alla sua eliminazione nel 2027. Considerando che le batterie rappresentano un componente chiave non solo per le e-cigarette ma per un’ampia gamma di dispositivi elettronici, l’effetto potrebbe estendersi ben oltre il solo comparto del vaping.
In un mercato globalizzato e fortemente dipendente dalla manifattura asiatica, il riassetto deciso da Pechino rischia di ridefinire prezzi, margini e catene di fornitura su scala mondiale, con ripercussioni che potrebbero farsi sentire rapidamente dai grandi importatori europei e americani fino ai consumatori finali che, loro malgrado, saranno coloro che dovranno sopportare direttamente ogni aumento.



