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La quinta edizione del Codice europeo contro il cancro (Ecac) non fa alcuna distinzione fra fumo e sigaretta elettronica. Si tratta di un’iniziativa della Commissione europea, lanciata nel 1987, con lo scopo di fornire ai cittadini europei – ma anche ai decisori politici – delle raccomandazioni per prevenire il cancro. A redarre il codice è l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ente intergovernativo che fa parte dell’Organizzazione mondiale di sanità, mentre la Commissione europea lo finanzia nell’ambito del programma EU4Health. L’ultima edizione, la quarta, era stata pubblicata nel 2014 ma nel 2022, dopo l’adozione del Piano europeo contro il cancro, la Commissione ha richiesto un aggiornamento, che è stato pubblicato questo mese.
Il codice è composto da quattordici raccomandazioni per condurre uno stile di vita più sano e diminuire il rischio di cancro, a cui si accompagnano una serie di suggerimenti di interventi di politica sanitaria per spingere i cittadini a seguire le raccomandazioni. Naturalmente molta attenzione è posta al fumo, che è il più importante fattore modificabile di rischio di cancro ma nessuna considerazione, invece, è riservata alla riduzione del danno da fumo.
La prima raccomandazione, infatti, recita: “Non fumare, non usare alcuna forma di tabacco o prodotti per il vaping. Se fumi, dovresti smettere”. Le misure di politica sanitaria indicate sono quelle proposte dalla Convenzione quadro per il controllo del tabacco dell’Oms. E cioè: portare le tasse sul tabacco almeno al 75% del prezzo al dettaglio e incrementarle significativamente ogni anno e qui si aggiunge il suggerimento di tassare tutti i prodotti in “modo comparabile, in particolare dove esiste il rischio di sostituzione”; limitare la disponibilità e l’accessibilità dei prodotti del tabacco; vietare la pubblicità, la promozione e la sponsorizzazione del tabacco, compresa l’esposizione nei punti vendita; fornire servizi per smettere di fumare; utilizzare grandi avvertenze sanitarie grafiche, etichettatura e confezioni neutre e standardizzate; lavorare verso l’obiettivo di una generazione libera dal tabacco nel proprio Paese. Il codice specifica anche che bisonga “estendere tali regolamentazioni a tutti i prodotti del tabacco, alle sigarette elettroniche e a tutti i nuovi prodotti contenenti tabacco e nicotina”.
Questo nonostante nel policy paper che accompagna il codice, firmato da una serie di ricercatori fra cui compare anche Linda Bauld dell’Università di Edimburgo, si legga che “questi prodotti (contenenti nicotina come sigarette elettroniche e nicotine pouches) producono generalmente livelli inferiori di alcune sostanze cancerogene e tossiche rispetto ai prodotti tradizionali del tabacco (cioè le sigarette)”. Ciononostante, continua il paper, “non sono senza rischi” e cita alcuni studi che ne legano l’uso all’aumento di alcuni rischi e l’incertezza sugli effetti a lungo termine. Insomma equiparano sigaretta elettronica e fumo, perché la prima non è innocua. Ma è proprio per questo che si parla di riduzione del rischio e non di azzeramento dello stesso. Certamente, smettere di fumare è la scelta preferibile. Ma se non si riesce, non è meglio usare un prodotto meno dannoso? Oppure anche in questo caso il meglio è nemico del bene?
Poco più sotto, poi, si legge: “Nonostante la mancanza di prove che colleghino direttamente l’uso delle sigarette elettroniche al cancro, gli studi suggeriscono che il vaping possa essere associato all’inizio del fumo tra i non fumatori”, riferendosi al cosiddetto effetto gateway. Allora sorge il sospetto che la politica sanitaria europea e mondiale, all’inseguimento del suo lodevole obiettivo di arrivare finalmente a una generazione senza fumo, sia in qualche modo disposta a sacrificare proprio coloro che sono più colpiti dal cancro, come i fumatori. Suggerire chi fuma di non usare gli strumenti senza combustione, cercare di equipararli al fumo e di ridurre la loro accessibilità, potrebbe avere un triste risultato: aumentare l’incidenza del cancro fra i fumatori.
È etico, è giusto tutto questo? Clive Bates, esperto britannico di salute pubblica e sostenitore della riduzione del danno, richiama alla memoria il film di animazione Shrek, nel punto in cui il malvagio Lord Farquaad diceva, rivolto ai suoi soldati: “Alcuni di voi potranno morire, ma è un sacrificio che sono disposto a fare”. “In questa situazione – chiosa Bates – l’Organizzazione mondiale della sanità, sostenuta dalla Commissione europea, ha emesso pareri di esperti che sacrificherebbero le persone a rischio di cancro, negando loro opzioni per evitare una morte agonizzante. Ma, in nome di un consenso autoreferenziale, si tratta di un sacrificio che sono disposti a fare”.



