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Una nuova dimostrazione non solo della inefficacia ma della dannosità delle politiche proibizioniste arriva in questi giorni dal Messico. II mese scorso il Paese ha vietato la vendita delle sigarette elettroniche, lasciando formalmente legale il loro utilizzo. La misura, è stata presentata come uno strumento per difendere la salute pubblica e proteggere i giovani dalla nicotina, ma i suoi effetti si stanno rivelando molto diversi da quelli annunciati dal legislatore. Come riportato da Associated Press, infatti, il divieto non ha eliminato il mercato del vaping, stimato in circa 1,5 miliardi di dollari, lo ha semplicemente spinto nell’illegalità, trasformando un settore regolamentato in un terreno fertile per la criminalità organizzata.
Con l’entrata in vigore del divieto, le attività legali sono state costrette a chiudere, lasciando un vuoto rapidamente colmato da cartelli e gruppi criminali. Attraverso estorsioni e minacce, queste organizzazioni hanno iniziato a controllare produzione, distribuzione e vendita, dando vita a un mercato nero popolato da prodotti privi di qualsiasi garanzia sanitaria. Molti dispositivi, secondo le ricostruzioni, vengono assemblati o riconfezionati con componenti provenienti dalla Cina e dagli Stati Uniti, senza controlli sulla qualità o sul contenuto. Non solo. Se l’obiettivo principale era la tutela dei minori, il governo messicano ha miseramente fallito: i venditori illegali non hanno alcun interesse a verificare l’età degli acquirenti né a rispettare standard di sicurezza. Al contrario, la clandestinità favorisce la diffusione di prodotti adulterati o contenenti sostanze come il Thc. Una dinamica che dimostra l’inefficacia di politiche che regolano i comportamenti degli adulti partendo, esclusivamente dalle abitudini dei più giovani.
Il quadro che emerge in Messico è quello di un esito largamente prevedibile: la domanda rimane stabile, le reti criminali rafforzano il proprio potere e i consumatori si trovano più esposti ai rischi. A essere penalizzati sono soprattutto i fumatori che ricorrevano alle sigarette elettroniche come strumento di riduzione del danno per abbandonare il tabacco tradizionale. Perché, diversamente da quanto avviene in un altro Paese amante dei divieti come l’Australia, la normativa messicana non prevede nemmeno la possibilità di prescrizione medica delle e-cigarette a fini terapeutici. Un report di Asis Online, pubblicazione di riferimento per i professionisti della sicurezza, evidenzia che i cartelli avevano iniziato a muoversi nel settore del vaping già prima del divieto. Attacchi a decine di negozi e tentativi di controllo della distribuzione, in particolare delle sigarette elettroniche usa e getta, erano già stati segnalati. In precedenza, molte organizzazioni si limitavano a imporre “commissioni” ai rivenditori; ora la messa al bando ha ampliato ulteriormente le loro opportunità di profitto.
I cartelli, da tempo attivi in traffici che spaziano dalla droga alle armi, dal contrabbando di carburante alla tratta di esseri umani, dispongono già delle infrastrutture necessarie per integrare il vaping nelle proprie attività. Se l’obiettivo è ridurre il loro potere, il caso delle sigarette elettroniche mostra cosa evitare: la proibizione non indebolisce la criminalità organizzata, ma la alimenta, aumentando al contempo i rischi per i consumatori.
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