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La nuova stretta annunciata dal governo australiano contro il mercato illegale del tabacco e delle sigarette elettroniche segna un ulteriore irrigidimento di una strategia che, più che contenere il fenomeno, sembra averne alimentato le dimensioni. Le parole del viceministro delle dogane Julian Hill delineano un approccio securitario: pene più severe, intercettazioni telefoniche estese, sequestri patrimoniali e un inquadramento dei reati legati al tabacco come “crimini gravi”. Una linea che avvicina il contrasto al fumo e allo svapo a quello contro il traffico di droga, ma che rischia di ignorare le cause strutturali del problema.
I numeri citati dallo stesso governo sono, paradossalmente, la prova del fallimento di questa impostazione. In Australia oltre la metà dei prodotti del tabacco venduti sarebbe illegale, mentre per le sigarette elettroniche si arriva a un impressionante 95,7%. Il mercato nero dello svapo, da solo, vale circa 1,6 miliardi di dollari australiani. Ancora più significativo è il dato sui profitti della criminalità organizzata, stimati tra 4,1 e 6,9 miliardi, a fronte di perdite fiscali che potrebbero superare gli 11 miliardi. È difficile non leggere queste cifre come l’effetto diretto di politiche estremamente restrittive, che hanno reso legale ciò che è proibito solo sulla carta e illegale ciò che è ampiamente diffuso nella pratica. La risposta del governo, tuttavia, è quella di intensificare ulteriormente la repressione, chiudendo negozi, rafforzando i controlli online e prendendo di mira anche prodotti emergenti come le bustine di nicotina. Ma l’esperienza storica, non solo in materia di tabacco, suggerisce che quando la domanda resta elevata e l’offerta legale viene compressa o resa inaccessibile, il vuoto viene rapidamente riempito da reti illegali sempre più sofisticate. L’inasprimento delle pene e l’estensione dei poteri di polizia rischiano quindi di colpire gli effetti senza scalfire le cause, consolidando un mercato nero già dominante.

Il confronto con la vicina Nuova Zelanda è illuminante. Wellington ha adottato un approccio più pragmatico verso le sigarette elettroniche, integrandole all’interno di una strategia di riduzione del danno e regolamentandone la vendita invece di proibirla de facto. Pur non essendo esente da criticità, questo modello ha evitato l’esplosione di un mercato illegale su scala paragonabile a quello australiano, mantenendo una maggiore tracciabilità dei prodotti e un controllo più efficace sulla qualità e sulla distribuzione.
L’Australia, al contrario, sembra intrappolata in una spirale: più restringe il mercato legale, più amplia quello illegale; più quest’ultimo cresce, più giustifica nuove strette repressive. Il risultato è un sistema in cui lo Stato perde entrate fiscali, la criminalità organizzata accumula profitti e i consumatori si rivolgono a prodotti non controllati. In questo contesto, l’equiparazione dei reati legati al tabacco ai “crimini gravi” appare più come una dichiarazione politica che una soluzione efficace.



