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Un’intervista pubblicata da Brussels Signal riporta l’allarme lanciato dal ricercatore greco Konstantinos Farsalinos, tra i principali esperti europei di dipendenze e riduzione del danno. Secondo lo studioso, l’Unione europea rischia di commettere un grave errore di salute pubblica, invertendo i progressi ottenuti negli ultimi decenni nella lotta al fumo a causa di politiche che ignorano le evidenze scientifiche e le esperienze di successo. Farsalinos, intervistato durante il Congresso mondiale sulla nicotina, critica in particolare l’imminente revisione della direttiva sui prodotti del tabacco e l’orientamento verso una tassazione più severa delle alternative alla nicotina. A suo avviso, le istituzioni europee starebbero esagerando i rischi di questi prodotti, arrivando a equipararli al fumo tradizionale, una posizione che definisce scientificamente inaccettabile e contraria al buon senso. Il paradosso, sostiene, è che gli stessi dati europei raccontano una storia diversa. Il caso della Svezia viene indicato come esempio emblematico: è l’unico Paese dell’Unione ad aver quasi eliminato il fumo, raggiungendo già oggi l’obiettivo del 5 per cento fissato per il 2040, grazie all’adozione di strategie di riduzione del danno. Nonostante ciò, Bruxelles starebbe prendendo di mira proprio quei prodotti che hanno reso possibile questo risultato. Il ricercatore evidenzia anche quello che definisce un doppio standard tra nicotina e cannabis. Mentre molti governi europei sostengono la liberalizzazione della marijuana richiamandosi ai fallimenti del proibizionismo, lo stesso principio non verrebbe applicato alla nicotina. Secondo Farsalinos, vietare o limitare eccessivamente questi prodotti rischia di alimentare mercati illegali e spingere i consumatori verso alternative più pericolose, colpendo in particolare le fasce più vulnerabili.
A sostegno di questa tesi cita il caso della Danimarca, dove il divieto degli aromi per sigarette elettroniche introdotto nel 2022 avrebbe prodotto effetti opposti a quelli desiderati, con un aumento significativo dell’uso tra i giovani e una diffusione del mercato parallelo. Anche in contesti privi di corruzione e con sistemi di controllo efficienti, osserva, le restrizioni non riescono a impedire la circolazione dei prodotti.
In Grecia, invece, un approccio più aperto alla riduzione del danno ha coinciso con un netto calo dei fumatori, scesi da oltre il 40 per cento a meno del 30 per cento. Secondo Farsalinos, il cambiamento è visibile anche nella vita quotidiana, con un aumento dell’uso di sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e sacchetti di nicotina come sostituti del fumo tradizionale. Il ricercatore sottolinea però che i benefici sanitari richiedono tempo per emergere pienamente, trattandosi di patologie a lungo termine. Ancora una volta richiama l’esperienza svedese, iniziata già negli anni Ottanta e Novanta, che oggi mostra i risultati più avanzati in Europa. Secondo lo studioso, anche la prevista revisione della direttiva fiscale (Ted) rischia di avere effetti controproducenti. Se i prezzi delle alternative venissero equiparati a quelli delle sigarette, verrebbe meno uno degli incentivi principali al cambiamento. In un contesto già segnato da disinformazione, questo potrebbe portare molti ex fumatori a tornare alle sigarette tradizionali.
Lo studioso accusa infine le istituzioni europee di selezionare solo parte delle evidenze disponibili, ignorando studi rilevanti come quello pubblicato sull’European Heart Journal su 18mila pazienti cardiopatici, che mostra benefici significativi per chi passa alle sigarette elettroniche, anche senza smettere completamente. Per Farsalinos, la soluzione non è un ulteriore irrigidimento normativo, ma una regolamentazione più equilibrata, sul modello di Paesi che hanno adottato strategie di riduzione del danno con risultati tangibili. Il rischio, conclude, è che le scelte politiche attuali abbiano un costo umano elevato, impedendo a molti fumatori di accedere ad alternative meno dannose e mettendo così a repentaglio vite che potrebbero essere salvate.



