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Nel 1789 Benjamin Franklin scrisse una frase diventata famosa: nella vita nulla è certo tranne la morte e le tasse. Due economisti del Fondo Monetario Internazionale, Christoph B. Rosenberg e Marius van Oordt, partono proprio da questa osservazione per spiegare come, in alcuni casi, le tasse possano addirittura contribuire a rimandare la prima. Succede quando vengono applicate a prodotti che fanno male alla salute, come tabacco, alcol o bevande molto zuccherate. Questo tipo di imposte, spesso chiamate “sin taxes”, hanno un doppio obiettivo. Da un lato servono a far entrare risorse nelle casse dello Stato; dall’altro rendono più costosi prodotti che possono causare malattie, spingendo quindi le persone a consumarne meno. Per molti governi rappresentano una fonte di entrate importante e relativamente stabile: in media le accise su tabacco, alcol e prodotti simili generano circa il 2 per cento del prodotto interno lordo. In realtà queste tasse esistono da moltissimo tempo. Rosenberg e van Oordt ricordano che già nell’antico Egitto venivano applicate imposte sulla birra. Sono sopravvissute fino a oggi anche perché sono relativamente semplici da riscuotere: invece di tassare milioni di consumatori, si colpiscono pochi produttori o distributori. Negli ultimi anni però il problema è diventato più complesso. Oltre alle sigarette tradizionali sono comparsi nuovi prodotti come le sigarette elettroniche, il tabacco riscaldato o le bustine di nicotina.
Queste alternative non sono prive di rischi, ma secondo molte ricerche espongono i consumatori a una quantità minore di sostanze tossiche rispetto alla combustione del tabacco nelle sigarette tradizionali. Proprio per questo, spiegano Rosenberg e van Oordt, le politiche fiscali dovrebbero tenere conto delle differenze di rischio tra i vari prodotti. Se l’obiettivo è ridurre i danni per la salute, ha senso tassare di più i prodotti più pericolosi e meno quelli relativamente meno nocivi. In questo modo si può incoraggiare, almeno in parte, il passaggio verso alternative che comportano rischi inferiori, come le sigarette elettroniche rispetto alle sigarette tradizionali.
Un esempio interessante è quello della Nuova Zelanda. Negli ultimi quindici anni il governo ha aumentato in modo consistente le tasse sulle sigarette tradizionali, mantenendo invece una tassazione più bassa per prodotti alternativi come le e-cigarette. Nello stesso periodo la quota di fumatori è diminuita sensibilmente, mentre è cresciuto l’uso di sigarette elettroniche. Anche se non è possibile attribuire tutto questo cambiamento alle tasse, la differenza di prezzo tra i vari prodotti sembra aver avuto un ruolo nel modificare le abitudini dei consumatori. Secondo Rosenberg e van Oordt, il principio dovrebbe essere quello di collegare le tasse al danno effettivo che un prodotto provoca alla salute. In pratica, questo significa tassare i prodotti in base alla quantità della sostanza potenzialmente dannosa che contengono:
l’alcol nelle bevande, lo zucchero nelle bibite o le sostanze tossiche nei prodotti del tabacco. Un approccio di questo tipo può avere anche un altro effetto: spingere le aziende a sviluppare prodotti meno dannosi. Se le tasse penalizzano maggiormente quelli più rischiosi, le imprese hanno un incentivo a investire in alternative più sicure o con minori sostanze nocive.
Infine c’è una questione internazionale. Se tra paesi vicini esistono grandi differenze di tassazione, i consumatori possono semplicemente comprare i prodotti dove costano meno oppure si sviluppano traffici illegali. Per questo, concludono Rosenberg e van Oordt, le politiche fiscali sui prodotti dannosi funzionano meglio quando gli Stati cooperano tra loro. In sostanza, la tassazione non è solo uno strumento per raccogliere denaro. Se progettata bene, può anche contribuire a ridurre comportamenti rischiosi e migliorare la salute pubblica, favorendo allo stesso tempo il passaggio da prodotti più dannosi, come le sigarette tradizionali, a alternative relativamente meno nocive come le sigarette elettroniche.



