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Il governo olandese sta preparando un nuovo intervento normativo sulle sigarette elettroniche che solleva più di una perplessità, soprattutto per l’impostazione repressiva che sembra prevalere su un’analisi più ampia del fenomeno. Attualmente è vietato soltanto il commercio di e-cig non autorizzate, tipo quelle aromatizzate, il che significa che l’autorità di controllo, la Nvwa, può sequestrare le scorte solo dopo aver dimostrato che queste siano effettivamente destinate alla vendita. Per superare questo limite, la ministra della sanità Fleur Agema Hermans intende introdurre una legge che proibisca anche il possesso di grandi quantità di dispositivi anche se la soglia precisa non è ancora stata definita. Questa proposta, pur presentata come uno strumento per rendere più efficace l’azione di controllo, rischia di spostare l’attenzione dal contrasto strutturale al fenomeno verso una logica punitiva che colpisce a valle, senza affrontare davvero le cause della diffusione di questi prodotti. Stabilire quando il possesso diventa sospetto è un terreno scivoloso: l’assenza di una soglia chiara apre la porta a interpretazioni arbitrarie e a possibili abusi, con il rischio di colpire anche soggetti privati o comuni consumatori che non sono necessariamente coinvolti nel traffico illegale.

Parallelamente, il governo punta ad aumentare in modo significativo le multe per chi commercia queste sigarette elettroniche, nella speranza di scoraggiare i venditori. Tuttavia, l’efficacia di questo approccio è tutt’altro che garantita. Le e-cig vengono spesso vendute attraverso piattaforme social come Snapchat e TikTok, strumenti difficili da controllare con strumenti tradizionali. In questo contesto, l’inasprimento delle sanzioni rischia di avere un impatto limitato, mentre potrebbe contribuire ad alimentare un mercato ancora più sommerso e meno tracciabile.
Già in precedenza l’esecutivo aveva vietato le sigarette elettroniche aromatizzate, ritenute particolarmente attrattive per i giovani, e alzato a 21 anni l’età minima per l’acquisto di prodotti da fumo. Anche queste misure, però, sembrano muoversi nella stessa direzione: limitare e proibire, piuttosto che educare e prevenire. Il rischio è che si continui a inseguire il problema senza mai affrontarlo alla radice, ignorando le dinamiche sociali e culturali che spingono soprattutto i più giovani verso questi prodotti. In definitiva, la strategia del governo appare sbilanciata su un approccio securitario che privilegia divieti e sanzioni ma che potrebbe rivelarsi inefficace o addirittura controproducente. Senza un investimento serio in prevenzione, informazione e politiche educative, il giro di vite normativo rischia di essere poco più di una risposta simbolica e propagandistica a un fenomeno ben più complesso che invece si tende a trascurare o sottovalutare.



