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“Un paradosso centrale delle politiche del controllo del tabacco in Australia è che le misure pensate per proteggere la salute pubblica finiscono per indebolirla. Limitando l’accesso ai prodotti alternativi alla nicotina a rischio più basso e mantenendo livelli punitivi di tassazione sulle sigarette, le politiche australiane sul tabacco hanno di fatto indirizzato i consumatori verso catene di approvvigionamento illegali di tabacco e nicotina, consolidando proprio quei danni che avrebbero dovuto prevenire”. Sono queste le conclusioni dello studio “Has Australia lost control of its tobacco and nicotine markets?”, pubblicato sulla rivista Addiction e condotto da un gruppo di ricercatori australiani, coordinato da Ron Borland della Deakin University.
Lo studio del modello australiano è sicuramente molto importante in questa fase in cui, a livello globale, si valutano diversi modelli normativi. Il Paese è stato indicato per decenni come il leader mondiale nel campo del controllo del tabacco e le sue misure – tasse sul tabacco estremamente elevate (con alcune delle sigarette legali più costose al mondo) e la limitazione delle sigarette all’ambito medico oltre al divieto di altri prodotti alternativi alla nicotina — sono state approvate dall’Organizzazione mondiale di sanità come “best practice” e, di conseguenza, considerate un modello per il resto del mondo. Eppure qualcosa si è inceppato, perché negli ultimi anni non solo il calo del fumo in Australia ha rallentato il passo (e, secondo gli autori, il trend potrebbe addirittura essersi invertito) ma nel Paese è cresciuto a dismisura il mercato illegale di tabacco e prodotti del vaping.
Uno dei punti centrali dello studio è proprio la dimensione del mercato illegale, che secondo le stime riportate arriverebbe a rappresentare oltre la metà delle sigarette consumate e la quasi totalità dei prodotti del vaping. Gli autori sottolineano come questo fenomeno non sia marginale, ma strutturale, alimentato da una forte differenza di prezzo tra prodotti legali e illegali e dall’assenza di alternative legali accessibili per i consumatori adulti di nicotina. In questo contesto, le sigarette elettroniche emergono come uno strumento potenzialmente in grado di riequilibrare il mercato, offrendo un’opzione legale e meno dannosa rispetto al fumo combusto. Borland e colleghi evidenziano inoltre un confronto particolarmente rilevante con la Nuova Zelanda, dove le sigarette elettroniche sono trattate come prodotti di consumo regolamentati e non esclusivamente medici. In quel contesto, si osserva una riduzione più rapida della prevalenza del fumo rispetto all’Australia, insieme a un mercato illecito del tabacco molto più contenuto. Questo dato viene interpretato dagli autori come un segnale che la disponibilità regolata delle alternative a rischio ridotto può accelerare il declino del fumo tradizionale, invece di ostacolarlo.
Il tema della riduzione del danno, in realtà, attraversa tutto il lavoro. Gli autori sostengono che i prodotti a base di nicotina non combusti, come le sigarette elettroniche, presentano livelli di rischio significativamente inferiori rispetto alle sigarette tradizionali e che limitarne l’accesso potrebbe avere l’effetto paradossale di mantenere i fumatori legati al tabacco o di spingerli verso mercati illegali non regolamentati. In questa prospettiva, il vaping viene presentato come una possibile via di transizione per i fumatori che non riescono o non vogliono smettere completamente.
Insomma, secondo lo studio, l’approccio proibizionista o eccessivamente restrittivo potrebbe aver contribuito a far perdere il controllo del mercato della nicotina, favorendo l’intervento della criminalità organizzata e riducendo l’efficacia delle politiche sanitarie. Come uscirne? Borland e colleghi non credono che la semplice applicazione della legge possa risolvere il problema. La lunga esperienza con altri mercati illegali di droga insegna che un’intensificazione dei controlli di polizia non sopprime efficacemente i mercati illeciti su larga scala, ma li trasforma in forme più clandestine e potenzialmente più pericolose. Inoltre, continuano gli autori, non accettando l’impossibilità di raggiungere una società libera dalla nicotina, le politiche attuali di fatto ostacolano la riduzione della prevalenza del fumo e facendo perdere un’importante opportunità di ridurre le disuguaglianze di salute.
Lo studio suggerisce un’altra soluzione. “Per riprendere il controllo del mercato della nicotina – si legge nelle conclusioni – l’Australia necessita di una regolamentazione della nicotina proporzionata ai rischi dei prodotti e realisticamente gestibile, dato il livello di domanda ancora esistente. Riteniamo che questa sia la via più praticabile per l’Australia e per altri Paesi che affrontano sfide simili. Essa riallineerebbe gli obiettivi di salute pubblica, fiscali e di contrasto alla criminalità all’interno di una strategia coerente e basata sulle evidenze, sostituendo l’approccio proibizionista che oggi caratterizza quello che un tempo era un modello di controllo del tabacco celebrato a livello internazionale”.



