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Sigaretta elettronica, il paradosso dei divieti sugli aromi

Studio Usa dimostra che limitare i gusti spinge verso il fumo tradizionale, annullando i vantaggi attesi per la salute pubblica.

Le restrizioni sugli aromi nelle sigarette elettroniche riducono sì il loro consumo, ma rischiano di produrre un effetto collaterale nefasto: un aumento delle vendite di sigarette tradizionali, più dannose per la salute. È questa, in sintesi, la conclusione principale dello studio “E-Cigarette Flavor Restrictions’ Effects on Tobacco Product Sales”, pubblicato sull’American Journal of Health Economics. La ricerca, firmata da Abigail S. Friedman della Yale School of Public Health e e Michael F. Pesko della University of Missouri, insieme a Alex C. Liber della Georgetown University School of Medicine e Alyssa Crippen dell’Università di Yale. Friedman e Pesko si dedicano da anni ad analizzare in modo approfondito l’impatto delle politiche che limitano o vietano gli aromi nelle e-cig. Dopo aver recentemente studiato il caso del Canada, questa volta si concentrano sugli Stati Uniti, dove molte città e diversi Stati hanno adottato divieti sugli aromi.
Dal punto di vista metodologico, la ricerca si distingue per l’ampiezza del database utilizzato, che include centinaia di amministrazioni locali e statali e dati di vendita aggiornati fino al 2023. Questo consente una valutazione più robusta rispetto a studi precedenti, spesso limitati nel tempo o nello spazio. Utilizzando dati di vendita su larga scala tra il 2018 e il 2023, gli autori mostrano che tali restrizioni determinano un calo significativo delle vendite di dispositivi elettronici, soprattutto nella componente aromatizzata. Tuttavia, questo effetto viene accompagnato da un incremento delle vendite di sigarette combustibili. In termini quantitativi, lo studio stima che per ogni pod di sigaretta elettronica non venduta a causa delle restrizioni, vengano acquistate tra 11 e 15 sigarette tradizionali in più. Un dato che, secondo gli autori, solleva interrogativi importanti sull’efficacia complessiva di queste politiche in termini di salute pubblica.
Il punto centrale del lavoro è il rapporto di sostituzione tra prodotti. Le sigarette elettroniche, pur non prive di rischi, sono considerate dalla letteratura scientifica meno dannose rispetto al fumo combusto. Limitare l’accesso alle versioni aromatizzate – che rappresentano una quota rilevante del mercato e un fattore di attrattività per i consumatori – può quindi spingere una parte degli utenti verso alternative più nocive. Lo studio evidenzia proprio come l’aumento delle vendite di sigarette riguardi soprattutto prodotti non mentolati e, in parte, marchi con una maggiore diffusione tra i giovani. Questo elemento complica ulteriormente il quadro: politiche pensate per ridurre l’uso di nicotina tra i più giovani potrebbero, indirettamente, favorire il ricorso a prodotti più pericolosi. Gli autori sottolineano che i benefici delle restrizioni sugli aromi – in termini di riduzione dell’uso di e-cig – potrebbero essere almeno in parte annullati dai costi legati all’aumento del consumo di sigarette tradizionali. In altre parole, intervenire su una sola categoria di prodotti senza considerare le dinamiche di sostituzione rischia di produrre risultati diversi da quelli che ci si aspettava.

Abigail Friedman

In questo studio – concludono infatti i ricercatori – rileviamo che le politiche restrittive sugli aromi per sigarette elettroniche riducono, come previsto, le vendite di e-cigarette aromatizzate, ma aumentano anche le vendite di sigarette. Poiché queste sono molto più dannose rispetto alle elettroniche, l’elevato tasso di sostituzione stimato suggerisce che, nel complesso, eventuali benefici per la salute pubblica derivanti da politiche che vietano o limitano la vendita di e-cig aromatizzate sono probabilmente modesti o addirittura negativi nell’attuale contesto degli Stati Uniti”. È necessaria, dunque, una riflessione più sfumata da parte dei legislatori: politiche troppo restrittive sugli aromi potrebbero ridurre un’alternativa meno dannosa senza eliminare la domanda di nicotina, spostandola verso opzioni peggiori. Non solo negli Stati Uniti.

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