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Sigarette elettroniche e futuro senza fumo: la proposta degli esperti

Tre ex direttori Oms sostengono che con strategie aggiornate e prodotti meno nocivi si può portare il fumo sotto il 5% entro il 2040.

Oggi esistono le evidenze scientifiche, gli strumenti politici e le esperienze empiriche necessari per porre fine all’epidemia di fumo globale. Quella che invece rimane limitata è la volontà politica di integrare pienamente la riduzione del danno nelle strategie di controllo del tabacco”. A riflettere sulle potenzialità di sigarette elettroniche e altri strumenti alternativi in un commento intitolato “Smoke-free nicotine products can accelerate the end of the smoking epidemic” e pubblicato su Health Nature, sono tre importanti scienziati con un passato nell’Organizzazione mondiale di sanità e un presente critico verso l’operato della stessa istituzione. A firmare l’intervento sono infatti Robert Beaglehole, docente emerito presso l’Università di Auckland in Australia e già direttore del Dipartimento per le malattie croniche e la promozione della salute dell’Oms; Ruth Bonita, anche lei dell’ateneo australiano e in passato a capo del Dipartimento di sorveglianza sulle malattie non trasmissibili negli uffici di Ginevra dell’Oms; e infine Tikki Pang del Center for Healthcare Policy and Reform Studies di Jakarta, Indonesia, e già direttore della Politica di ricerca dell’Organizzazione mondiale di sanità.

Ruth Bonita e Robert Beaglehole

Gli autori sanno quindi di cosa parlano quando osservano che, nonostante oltre vent’anni di politiche ispirate alla Convenzione quadro per il controllo del tabacco dell’Organizzazione mondiale della sanità, il fumo continua a causare più di sette milioni di morti all’anno e i progressi nella riduzione dei fumatori stanno rallentando, soprattutto nei Paesi con maggiore incidenza. E aggiungono poi che gli strumenti tradizionali, come tassazione, divieti e campagne di prevenzione, pur fondamentali, non sono più sufficienti da soli a raggiungere gli obiettivi di salute pubblica fissati a livello internazionale. Il punto centrale della loro analisi è, invece, il potenziale dei prodotti a base di nicotina senza combustione, come le sigarette elettroniche, meno dannosi rispetto alle sigarette tradizionali perché eliminano il processo di combustione, responsabile della maggior parte delle sostanze tossiche.
Secondo gli autori, integrare formalmente la riduzione del danno nelle politiche globali sul tabacco potrebbe accelerare in modo significativo il declino del fumo. Viene proposto un obiettivo concreto: portare la prevalenza globale dei fumatori adulti sotto il 5% entro il 2040, un traguardo ritenuto realistico se accompagnato da una maggiore diffusione di alternative regolamentate e da politiche coerenti. L’articolo sottolinea inoltre come il peso del tabagismo sia fortemente concentrato in alcuni grandi Paesi, tra cui Cina e India, e colpisca in misura maggiore le fasce sociali più svantaggiate, contribuendo ad ampliare le disuguaglianze sanitarie. In questo contesto l’approccio della riduzione del danno viene presentato come uno strumento non solo efficace, ma anche potenzialmente più equo. Esperienze nazionali vengono citate a sostegno di questa tesi: in Svezia, negli Stati Uniti, nel Regno Unito e soprattutto in Nuova Zelanda la diffusione di prodotti alternativi è stata associata a cali più rapidi del consumo di sigarette, senza evidenze di un aumento significativo del fumo tra i giovani.

Tikki Pang

Un altro elemento chiave riguarda la necessità di una regolazione proporzionata al rischio. Gli autori criticano il fatto che, in molti contesti, le sigarette restino facilmente accessibili mentre le alternative meno nocive sono soggette a restrizioni più severe, creando un paradosso normativo. Propongono quindi un sistema in cui i prodotti più dannosi siano maggiormente tassati e limitati, mentre quelli a rischio ridotto siano regolati in modo da garantirne la sicurezza senza ostacolarne l’accesso per i fumatori adulti. Centrale è anche il ruolo della comunicazione pubblica, che dovrebbe chiarire la differenza tra i rischi del fumo e quelli, inferiori, associati alla nicotina in sé. Il documento non trascura eventuali le criticità, in particolare per quanto riguarda l’uso tra i giovani, l’incertezza sugli effetti a lungo termine e il fenomeno del doppio consumo. Tuttavia, gli autori invitano a valutare questi rischi in relazione ai danni ben documentati del fumo tradizionale, sottolineando che, a livello di popolazione, il calo del tabagismo giovanile è proseguito anche nei Paesi dove l’uso di sigarette elettroniche è aumentato.
In conclusione, Beaglehole, Bonita e Pang sostengono che esistono oggi le conoscenze e gli strumenti per accelerare la fine dell’epidemia di fumo, ma che manca ancora una piena volontà politica di integrare la riduzione del danno nelle strategie globali. L’obiettivo di un mondo quasi libero dal fumo entro il 2040, aggiungono, non è un’utopia ma una possibilità concreta, a patto di ripensare l’approccio tradizionale e adottare politiche più pragmatiche e basate sull’evidenza.

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