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Sigaretta elettronica, Sussman smonta la ricerca sul “vapore di terza mano”

Il ricercatore critica lo studio: esposizioni elevate e modelli animali poco rappresentativi dell’esperienza umana.

Non esiste esposizione a vapore di terza mano nelle condizioni di uso normale della sigaretta elettronica”. Roberto Sussman, ricercatore senior dell’Istituto di scienze nucleari della Universidad Nacional Autónoma del Messico, rassicura sull’inesistenza di qualcosa prodotto dal vaping che possa assomigliare al “fumo di terza mano”, cioè quei residui tossici e chimici del tabacco che si depositano su superfici, mobili, vestiti, pelle e capelli dopo che la sigaretta è stata spenta, persistendo a lungo nell’ambiente. Lo fa su Pubpeer, commentando uno studio sui topi che, invece, rileva tracce di danni da esposizione vapore di terza mano.
Il lavoro, pubblicato lo scorso febbraio su Cardiovascular Toxicology, si intitola “The Prothrombotic Phenotype of Thirdhand Electronic Cigarette Exposure is Sex Independent and Involves Systemic Mediated Effects on Platelet Function: Evidence from a Mouse Model” e ha come primo autore Shelby Umphres della Texas A&M University. I ricercatori hanno inserito nelle gabbie degli animali materiali domestici precedentemente esposti a vapori di sigaretta elettronica e hanno osservato osservando un aumento della propensione trombotica e alterazioni della funzione piastrinica tra i topi Da questo hanno concluso che anche residui indiretti del vaping, analogamente al fumo di terza mano del tabacco tradizionale, possono avere effetti sistemici dannosi.
Una conclusione che Sussman nel suo intervento critica in maniera articolata, mettendo in discussione sia le premesse teoriche sia la validità sperimentale del lavoro. In primo luogo, Sussman contesta l’assunzione di fondo dello studio, ovvero l’equiparazione tra fumo di terza mano e una presunta esposizione alla sigaretta elettronica di terza mano. Secondo il commentatore, questa analogia è infondata perché ignora differenze chimico-fisiche cruciali: mentre il fumo di sigaretta tradizionale è complesso e persistente, favorendo processi di ossidazione e invecchiamento dei residui, gli aerosol da e-cig tendono a evaporare rapidamente e lasciano quantità molto più limitate di sostanze reattive. In questa prospettiva, l’unico elemento realmente comparabile sarebbe la nicotina adsorbita sulle superfici, ma tale fenomeno, sottolinea Sussman, si manifesta solo in condizioni anomale e non rappresentative della vita reale.

Roberto Sussman

La critica più incisiva riguarda tuttavia il protocollo sperimentale. Sussman sostiene che gli autori abbiano definito come “realistica” un’esposizione che in realtà sarebbe enormemente sovradimensionata rispetto a qualsiasi scenario ambientale plausibile. Attraverso una ricostruzione quantitativa basata su studi precedenti, egli stima che i 2000 puff utilizzati per contaminare i materiali equivalgano a un’iniezione massiccia di aerosol e nicotina in uno spazio molto ridotto, producendo concentrazioni superiori di diversi ordini di grandezza rispetto a quelle osservabili in ambienti domestici o persino in contesti ad alta esposizione come i vape shop. Questa sproporzione renderebbe, a suo giudizio, il modello sperimentale intrinsecamente irrealistico. Un ulteriore punto critico è il confronto con i protocolli consolidati per lo studio del Fumo di terza mano. Sussman evidenzia che tali protocolli prevedono un controllo accurato delle concentrazioni di particolato per riflettere dati ambientali reali, mentre nello studio in esame mancherebbe una misura diretta delle concentrazioni generate. L’assenza di questi controlli, unita all’eccessiva quantità di aerosol impiegata, porterebbe a risultati difficilmente generalizzabili. Anche il tentativo degli autori di adattare modelli sperimentali esistenti viene quindi giudicato improprio.
Il commento insiste, infine, sulla distanza tra il modello animale proposto e una plausibile trasposizione su scala umana. Sussman utilizza analogie di scala per mostrare come le quantità di aerosol e nicotina impiegate nello studio, se rapportate a un essere umano, implicherebbero condizioni del tutto irrealistiche. Da ciò deriva la conclusione che gli effetti osservati nei topi non possano essere interpretati come evidenza di rischio reale per l’uomo in condizioni normali di esposizione al vaping. Insomma, il commento di Sussman non si limita a una critica puntuale, ma mette in discussione l’intero impianto concettuale e sperimentale dello studio, sostenendo che l’uso di condizioni estreme conduca a conclusioni fuorvianti sul potenziale rischio della cosiddetta esposizione di terza mano alle sigarette elettroniche.

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