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La revisione della Direttiva sui prodotti del tabacco (Tpd) si sta rivelando un passaggio decisivo per il futuro delle politiche europee sul vaping. Al tempo stesso, evidenzia una dinamica sempre più marcata: il baricentro delle decisioni si sposta dalla sfera politica del Parlamento europeo a quella tecnico-amministrativa della Commissione, in particolare nelle strutture sanitarie e regolatorie che definiscono l’impianto delle misure prima ancora del confronto parlamentare. Il risultato è un processo in cui il Parlamento interviene ma incide relativamente sull’architettura complessiva delle scelte. Come spesso osservato in ambito istituzionale, la regolazione del rischio in Europa tende a essere sempre più tecnocratica, con margini politici ridotti nella fase davvero determinante. In questo contesto si inserisce la crescente spinta verso il divieto degli aromi nei prodotti da vaping, già adottata o anticipata da alcuni Stati membri. Il caso belga, con il bando di mentolo e sostanze rinfrescanti, è emblematico di un approccio che amplia il concetto di “additivo” fino a includere qualunque componente sensoriale percepito come caratterizzante.
La questione centrale rimane tuttavia irrisolta: è una misura proporzionata agli obiettivi dichiarati? Se il fine è limitare l’accesso dei minori, il divieto generalizzato degli aromi rischia di essere una risposta indistinta a un problema specifico. Se invece si guarda agli adulti, si interviene su uno dei fattori che, secondo molte analisi, favoriscono l’uso continuativo di alternative a rischio ridotto. Il nodo più profondo resta la mancata separazione normativa tra sistemi a combustione e sistemi senza combustione. La Tpd continua a trattare prodotti con profili di rischio radicalmente diversi all’interno della stessa cornice regolatoria, generando un approccio uniformante che riduce la capacità di calibrare gli interventi. In questo quadro, la discussione sugli aromi diventa emblematica: non riguarda solo il gusto, ma la struttura stessa dell’accessibilità e dell’attrattività dei prodotti per gli adulti che cercano alternative. Il rischio è che la logica del divieto prevalga su quella della differenziazione del rischio. Ma non ci sarebbe da stupirsi se andrà proprio così.
D’altronde, ormai, il “conoscere per deliberare” sembra più un refrain nostalgico che un principio politico. Insomma, prima si decide, poi, eventualmente, si cerca di capire.



