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L’ennesimo studio che attribuiva alla sigaretta elettronica un aumento del rischio di malattie respiratorie è stato ritirato dalla rivista scientifica per “dubbi irrisolti sull’accuratezza dei dati dello studio”. La vicenda era già stata riportata da Sigmagazine lo scorso 11 giugno. Ora, sul suo blog “The Rest of the Story – Tobacco and Alcohol News, Analysis and Commentary”, interviene Michael Siegel, visiting professor e ricercatore del Department of Public Health and Community Medicine della Tufts University School of Medicine, che analizza nel dettaglio le criticità del lavoro e ne trae alcune considerazioni più ampie sull’affidabilità della ricerca scientifica nel settore. Lo studio, pubblicato nel 2023 sul Journal of Investigative Medicine, aveva avuto un notevole impatto nel dibattito pubblico perché concludeva che l’uso della sigaretta elettronica causasse malattie polmonari croniche, in particolare asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco). I risultati erano stati successivamente inclusi in una meta-analisi che sosteneva le stesse conclusioni e avevano contribuito anche a una campagna di comunicazione promossa dallo Stato della California sui presunti rischi respiratori del vaping.

Secondo Siegel, però, “non serve conoscere l’epidemiologia o la biostatistica” per accorgersi che qualcosa non funziona, “basta un po’ di semplice matematica”. Gli autori dichiaravano infatti di aver utilizzato i dati delle indagini Nhanes relative ai periodi 2015-2016 e 2017-2018. Lo stesso articolo ricordava che il programma Nhanes coinvolge circa 5.000 persone all’anno. Sommando quattro anni di rilevazioni, osserva Siegel, il campione avrebbe quindi dovuto comprendere circa 20.000 partecipanti. Gli autori, invece, dichiaravano di aver analizzato 178.300 adulti. Consultando direttamente il database Nhanes, aggiunge il ricercatore americano, emerge che gli intervistati complessivi nelle due tornate considerate erano in realtà 31.538: un numero incompatibile con quello riportato nello studio. Per Siegel questa discrepanza sarebbe già sufficiente a mettere seriamente in discussione l’affidabilità dell’intero lavoro. “Se gli autori non riescono nemmeno a riportare correttamente la dimensione del campione, con un errore di circa 140 mila soggetti, perché dovremmo avere fiducia nel resto dei risultati?”, si chiede.
Le criticità, però, non si fermerebbero qui. Siegel contesta anche il modo in cui i ricercatori hanno classificato i partecipanti. I fumatori venivano identificati esclusivamente come fumatori attuali, mentre chi aveva smesso di fumare finiva nella categoria dei non fumatori. Parallelamente, era considerato utilizzatore di sigaretta elettronica chiunque avesse dichiarato di averla provata almeno una volta nella vita. Secondo il docente della Tufts University questa impostazione introduce un evidente fattore di distorsione. Un forte fumatore che abbia utilizzato una sola volta una sigaretta elettronica potrebbe infatti essere classificato come utilizzatore di sigaretta elettronica o addirittura come utilizzatore esclusivo se nel frattempo ha smesso di fumare. In presenza di una diagnosi di Bpco, il rischio verrebbe così attribuito impropriamente al vaping anziché alla lunga storia di consumo di sigarette combustibili, gonfiando artificialmente le stime del rischio associate alla sigaretta elettronica.
Siegel evidenzia inoltre un’anomalia statistica che definisce “l’inizio della farsa”. Nella tabella dei risultati dello studio, il cosiddetto odds ratio grezzo – un indice statistico che misura quanto è più o meno probabile che una determinata condizione si verifichi in un gruppo rispetto a un altro – era pari a 0,18 per gli utilizzatori esclusivi di sigaretta elettronica. In termini semplici, un valore inferiore a 1 indica un’associazione con un rischio apparentemente più basso: in questo caso, il dato sembrerebbe suggerire che gli utilizzatori esclusivi di sigaretta elettronica avessero una probabilità inferiore di soffrire di Bpco rispetto al gruppo di confronto. Dopo gli aggiustamenti statistici, però, gli autori riportavano un odds ratio di 11,3, cioè un rischio oltre undici volte superiore. “È sostanzialmente impossibile”, scrive Siegel, secondo il quale una differenza così estrema “indica che c’è un grave problema nei dati riportati o nel modo in cui sono stati analizzati. I risultati dello studio sono privi di significato”.
L’esperto ricorda inoltre un limite ben noto degli studi trasversali: anche qualora si osservasse una maggiore prevalenza di Bpco tra gli utilizzatori di sigaretta elettronica, ciò non dimostrerebbe un rapporto di causa-effetto. È infatti plausibile che molti fumatori, dopo una diagnosi di malattia respiratoria, tentino di smettere passando alla sigaretta elettronica. In questo caso, osserva Siegel, sarebbe la Bpco ad aver causato il passaggio al vaping e non il contrario. Il ricercatore sottolinea inoltre che non si tratta di un caso isolato. Un altro studio firmato da alcuni degli stessi autori, che concludeva che la sigaretta elettronica causasse l’ictus, è stato recentemente ritirato, come avete avuto modo di leggere su Sigmagazine. Anche in quel caso venivano attribuiti ai dati Nhanes oltre 266 mila partecipanti, circa otto volte il numero reale degli intervistati. “Non so da dove siano arrivati gli altri 234.520 partecipanti – ironizza Siegel – ma sembra che molti di questi impostori si siano infiltrati anche nello studio più recente”.
Nelle conclusioni del suo intervento, il ricercatore allarga però lo sguardo oltre il singolo episodio. A suo giudizio, la pubblicazione di studi scientificamente inaccurati, poi rilanciati dai media e da organizzazioni impegnate nella lotta al fumo, “ha contribuito a una diffusa incomprensione dei rischi relativi del vaping rispetto al fumo e a decisioni irrazionali sulla regolamentazione delle sigarette elettroniche”. Secondo Siegel, questa percezione distorta “ha danneggiato la salute pubblica scoraggiando molti fumatori dal smettere e inducendo anche molti ex fumatori a tornare alle sigarette”. L’aspetto forse più preoccupante riguarda però la credibilità della ricerca scientifica stessa. “Le implicazioni negative vanno ben oltre questo caso”, scrive. “Queste continue ritrattazioni rischiano di gettare dubbi sulla validità dell’intero filone di ricerca che attribuisce alla sigaretta elettronica malattie polmonari, ictus e tumori”. E, aggiunge, “ancora peggio, rischiano di far perdere al pubblico la fiducia nella ricerca scientifica nel suo complesso”.
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