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Sigaretta elettronica: nessuna prova di vapore di terza mano in condizioni reali

Una revisione conclude che residui significativi sono stati osservati solo in laboratorio o in vape shop con attività intensa.

Secondo una nuova revisione pubblicata sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, le prove disponibili non supportano l’esistenza di un fenomeno di “terza mano” del vaping paragonabile al cosiddetto “third-hand smoke”, cioè i residui persistenti lasciati dal fumo di sigaretta sulle superfici degli ambienti chiusi. Lo sostiene Roberto A. Sussman dell’Istituto di scienze nucleari della Universidad Nacional Autónoma del Messico, autore della revisione “Third-Hand Exposure from Environmental Vaping Aerosol: Is There an Analogous Phenomenon to Third-Hand Smoke?”.
Il fumo di terza mano è un fenomeno ormai ben documentato: dopo che il fumo di tabacco si è disperso, nicotina e altre sostanze possono depositarsi su pareti, mobili, tessuti e polvere, dove rimangono anche per lunghi periodi, dando origine a nuove reazioni chimiche e a possibili esposizioni attraverso il contatto con la pelle o l’ingestione, soprattutto nei bambini. La domanda affrontata dalla revisione è se un processo analogo possa verificarsi anche con l’aerosol delle sigarette elettroniche. Sussman si è già occupato di questo tema in passato e ora, dopo aver analizzato gli studi sperimentali e osservazionali disponibili, conclude che l’unico elemento realmente comune tra fumo e vaping è il deposito della nicotina sulle superfici. Tuttavia questo fenomeno è stato osservato in modo significativo soltanto in condizioni eccezionali, come esperimenti di laboratorio nei quali l’aerosol viene confinato in camere chiuse oppure all’interno di negozi di sigarette elettroniche caratterizzati da un’attività di svapo molto intensa e continuativa. Non rappresenterebbero quindi le condizioni tipiche nelle quali milioni di consumatori utilizzano quotidianamente le e-cigarette.
La revisione spiega che le proprietà fisico-chimiche dell’aerosol prodotto dalle sigarette elettroniche rendono improbabile lo sviluppo dello stesso processo di “invecchiamento” osservato nel fumo di tabacco. A differenza delle sigarette tradizionali, infatti, le e-cigarette non producono il cosiddetto fumo laterale (side-stream), responsabile della maggior parte delle emissioni ambientali del tabacco combusto. Inoltre, la maggior parte della nicotina e degli altri componenti dell’aerosol viene trattenuta dall’utilizzatore, mentre la quota espirata si disperde rapidamente nell’aria. L’autore sottolinea anche che l’aerosol del vaping contiene un numero di composti chimici molto inferiore rispetto al fumo di sigaretta ed è caratterizzato da una permanenza molto più breve nell’ambiente.
Un’ampia parte della revisione è dedicata all’analisi critica degli studi che hanno descritto una presunta “terza mano” del vaping. Secondo Sussman, molti di questi lavori hanno utilizzato protocolli poco rappresentativi della realtà, ad esempio introducendo artificialmente grandi quantità di aerosol in camere sperimentali oppure collocando per settimane o mesi tessuti molto assorbenti all’interno dei vape shop per favorire l’accumulo di nicotina. In queste condizioni è possibile misurare residui sulle superfici, ma ciò non dimostrerebbe che lo stesso fenomeno si verifichi negli ambienti domestici o nei normali luoghi in cui si svapa.
La revisione affronta anche il tema dell’esposizione cutanea ai residui di nicotina. Attraverso un modello di valutazione del rischio, l’autore conclude che il livello di esposizione dipende soprattutto dalla durata e dall’estensione del contatto con le superfici contaminate. Per gli adulti, un contatto breve comporterebbe dosi molto basse anche negli ambienti dove si fuma, mentre situazioni potenzialmente più rilevanti riguarderebbero i bambini molto piccoli che vivono in abitazioni di fumatori, trascorrendo molto tempo a contatto con pavimenti e tappeti. Per gli ambienti in cui normalmente si utilizza la sigaretta elettronica, invece, la quantità di nicotina rilasciata e la presenza trascurabile di nitrosammine renderebbero il rischio basso.
Nelle conclusioni, Sussman afferma che, allo stato attuale delle conoscenze, non esistono evidenze che dimostrino la presenza di un fenomeno di third-hand vaping nelle normali condizioni d’uso delle sigarette elettroniche. I residui rilevati negli studi disponibili sarebbero infatti il risultato di condizioni sperimentali o ambientali estreme, non rappresentative dell’esposizione quotidiana dei consumatori.

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