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In Australia si sta aprendo una nuova frattura politica sulla regolamentazione della nicotina. Da una parte il governo laburista di Anthony Albanese difende una strategia fondata su tassazione elevata del tabacco, forti restrizioni sulle sigarette elettroniche e contrasto al consumo di nicotina. Dall’altra One Nation, il partito guidato da Pauline Hanson, mette in discussione l’efficacia di questo approccio e sostiene che una regolamentazione eccessivamente severa stia contribuendo ad alimentare il mercato illegale. Il confronto è particolarmente significativo perché arriva mentre l’Australia registra da una parte il livello più basso di fumatori della propria storia e, dall’altra, una crescita molto preoccupante del mercato clandestino. Nel 2025 il tasso di fumatori quotidiani tra gli over 14 è sceso al 5,6%, avvicinandosi all’obiettivo governativo del 5% fissato per il 2030. Allo stesso tempo, il 34% dei fumatori ha dichiarato di avere utilizzato recentemente tabacco illegale, una percentuale raddoppiata rispetto al 2022-23.

È proprio su questo paradosso che One Nation sta costruendo la propria offensiva politica. Il partito ha proposto un drastico ridimensionamento dell’accisa sul tabacco, arrivando ora a chiedere un taglio del 75% e un congelamento dell’indicizzazione per tre anni. L’obiettivo dichiarato non è aumentare il numero dei fumatori, ma rendere nuovamente competitivo il prodotto legale rispetto a quello venduto dalla criminalità organizzata. Secondo la proposta di Pauline Hanson, il prezzo medio di un pacchetto di sigarette potrebbe scendere dagli attuali circa 46,50 dollari australiani a 21-22 dollari. La logica di One Nation è quindi profondamente diversa da quella del governo: se un’imposizione fiscale troppo elevata porta il consumatore verso un prodotto illegale molto più economico, sostengono Hanson e i suoi parlamentari, la tassa finisce per perdere parte della sua funzione deterrente e contemporaneamente alimenta i profitti della criminalità. La riduzione dell’accisa dovrebbe essere accompagnata da controlli più severi alle frontiere, maggiori sanzioni e confisca dei patrimoni dei trafficanti.
Il governo Labor non condivide questa impostazione. Il tesoriere Jim Chalmers ha respinto le richieste di riduzione dell’accisa, sostenendo che il problema debba essere affrontato principalmente attraverso l’attività di contrasto al commercio illegale. Per i laburisti, inoltre, il prezzo elevato del tabacco rimane uno degli strumenti della politica sanitaria australiana. La riduzione del numero dei fumatori viene considerata infatti uno dei risultati della combinazione tra tassazione, divieto di pubblicità, plain packaging e altre misure di controllo. Ancora più marcata è la differenza quando si passa dalle sigarette tradizionali alle sigarette elettroniche. Il governo Albanese ha scelto una strada estremamente restrittiva. La riforma approvata dal Parlamento nel 2024 ha creato un quadro nazionale nel quale le sigarette elettroniche sono sostanzialmente ricondotte alla categoria dei prodotti medicali terapeutici. La legge vieta l’importazione, la produzione nazionale, la fornitura commerciale, il possesso commerciale e la pubblicità dei prodotti da vaping non terapeutici. Il provvedimento non vieta formalmente il vaping ma ne limita drasticamente il canale legale. I prodotti terapeutici possono essere forniti attraverso farmacie e professionisti autorizzati, mentre il mercato commerciale dei prodotti non terapeutici è stato progressivamente eliminato. Già dal primo gennaio 2024 è stata vietata l’importazione delle sigarette elettroniche usa e getta, mentre dal primo marzo dello stesso anno l’importazione degli altri prodotti da vaping è stata vietata salvo le specifiche eccezioni previste dal sistema sanitario.

La regolamentazione riguarda tutti i prodotti indipendentemente dalla presenza o meno di nicotina. È un elemento importante della politica australiana: il legislatore ha scelto infatti di creare un’unica disciplina nazionale per i prodotti da vaping, senza fondarla esclusivamente sulla concentrazione di nicotina. Anche gli aromi consentiti per i prodotti terapeutici sono stati fortemente limitati, con standard che prevedono sostanzialmente tabacco, mentolo e menta. Labor considera questa impostazione necessaria soprattutto per evitare che le sigarette elettroniche diventino un prodotto di iniziazione alla nicotina tra i giovani. Il governo sostiene inoltre che il mercato clandestino delle e-cigarette rappresenti un problema di sicurezza proprio perché i prodotti venduti illegalmente non sono sottoposti ai controlli previsti per quelli terapeutici. Il ministro della Salute Mark Butler ha recentemente ribadito la necessità di ulteriori interventi contro il vaping illegale dopo alcune indagini che hanno evidenziato forti differenze nelle concentrazioni di nicotina dei prodotti sequestrati.

È qui che il confronto con One Nation diventa più interessante, ma anche più delicato. La proposta formalizzata e resa pubblica in questi giorni riguarda principalmente la tassazione delle sigarette e il contrasto al mercato illegale. Non emerge, allo stesso modo, un programma dettagliato che chieda semplicemente di liberalizzare il mercato delle e-cigarette. Esiste tuttavia una differenza politica di fondo. One Nation contesta il principio secondo cui l’inasprimento delle restrizioni sia necessariamente la risposta più efficace al problema della nicotina. La sua battaglia contro l’accisa nasce proprio dalla convinzione che, quando il divario tra prodotto legale e prodotto illegale diventa troppo grande, il consumatore possa essere spinto verso il mercato clandestino. È un ragionamento che può essere esteso al dibattito sulle sigarette elettroniche, anche se non costituisce, allo stato attuale, una specifica proposta legislativa di One Nation sul vaping.
Il dato australiano rende il confronto ancora più interessante. Mentre il governo può rivendicare un risultato storico nella riduzione del fumo, il Paese deve contemporaneamente fare i conti con un mercato illegale sempre più radicato. Il 34% dei fumatori che dichiara di avere acquistato o utilizzato tabacco illecito rappresenta un segnale difficile da ignorare. Nel frattempo, il vaping tra i giovani adulti è diminuito: tra i 18 e i 24 anni è passato dal 20,6% al 14%. Anche l’uso complessivo di nicotina è sceso dal 17,4% al 15,2%. La partita politica australiana si gioca dunque su due concezioni differenti. Labor considera la nicotina soprattutto un problema di salute pubblica e ritiene che prezzi elevati, restrizioni e controlli possano ridurne il consumo. One Nation sta invece cercando di spostare il baricentro del dibattito sulla sostenibilità della politica fiscale e sulla criminalità generata dal mercato illegale. Per le sigarette tradizionali la contrapposizione è ormai esplicita: da una parte chi vuole mantenere un’accisa elevata come strumento di prevenzione, dall’altra chi propone di abbassarla drasticamente per sottrarre spazio alla criminalità. Per le sigarette elettroniche, invece, la distanza è ancora soprattutto ideologica e politica: Labor ha costruito un sistema nel quale il vaping legale è fortemente medicalizzato e sottratto al normale mercato commerciale, mentre One Nation mette in discussione più in generale la logica secondo cui la restrizione dell’offerta legale sia necessariamente la soluzione migliore.
L’Australia si trova così davanti a una contraddizione che potrebbe diventare centrale nel dibattito internazionale sulla riduzione del danno: il Paese è riuscito a portare il fumo a livelli storicamente bassi, ma deve ora capire se le stesse politiche che hanno contribuito a ridurre il consumo possano, quando applicate in maniera estremamente restrittiva ai prodotti alternativi e accompagnate da una tassazione molto elevata, favorire la crescita di un mercato illegale. La risposta che Canberra darà a questa domanda potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini australiani.



