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Usa, dalle cause legali contro il tabacco il modello per i processi contro i social

La vicenda che coinvolge oggi una delle big dell’universo tecnologico richiama a molti osservatori quelle che qualche decennio fa investirono il mondo del tabacco.

A Oakland, in California, il processo contro Meta per i presunti danni provocati da Facebook e Instagram a bambini e adolescenti ripropone uno schema giudiziario già sperimentato con l’industria del tabacco.
La causa, “People of the State of California vs. Meta Platforms Inc.”, è stata avviata da un’alleanza di 29 Stati che accusa il gruppo di aver progettato le proprie piattaforme per attirare i più giovani e favorire lo sviluppo di comportamenti dipendenti. La posta in gioco è particolarmente elevata: tra risarcimenti e sanzioni, le richieste potrebbero arrivare complessivamente a 1.400 miliardi di dollari.
A sostenere l’accusa è comparso anche Arturo Béjar, ex responsabile della sicurezza di Meta e whistleblower che per otto anni ha lavorato all’interno del gruppo. Béjar ha sostenuto che i vertici dell’azienda avessero avuto accesso a ricerche interne sugli effetti negativi delle piattaforme, arrivando a occultare o alterare alcuni risultati. Tra gli effetti presi in esame figuravano anche conseguenze gravi sulla salute mentale degli utenti, compresi casi di suicidio.
La vicenda che coinvolge oggi una delle big dell’universo tecnologico richiama a molti osservatori quelle che qualche decennio fa investirono il mondo del tabacco. Il parallelo con le cause contro le aziende del tabacco non è infatti soltanto una suggestione. Vincent Joralemon, professore di diritto all’Università di Berkeley, interpellato dal quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung, vede nel procedimento contro Meta una riproposizione della strategia che negli anni Novanta portò gli Stati americani a chiamare in giudizio i produttori di sigarette. Allora il punto centrale dell’accusa era che le aziende conoscessero i rischi dei propri prodotti e avessero comunque cercato di conquistare nuovi consumatori tra i minori.
Il precedente più importante arrivò nel 1998, quando un accordo tra 40 Stati e Philip Morris e altri tre produttori di tabacco fissò pagamenti per 246 miliardi di dollari. Al centro delle accuse c’erano anche le campagne pubblicitarie rivolte ai giovani, con figure come Joe Camel e il Marlboro Man diventate simboli della capacità dell’industria di costruire immaginari popolari che spingevano e promuovevano il consumo di sigarette.
Il Master Settlement si rivelò inoltre estremamente redditizio per gli studi legali che rappresentavano gli Stati. Le parcelle complessive degli avvocati arrivarono, secondo le stime riportate all’epoca, fino a 13 miliardi di dollari, con compensi orari che in alcuni casi raggiunsero 7.700 dollari. Il modello delle grandi cause contro un’intera industria è stato successivamente riproposto anche nei confronti dei produttori di fast food e bevande zuccherate, accusati di favorire obesità e dipendenza, e nelle cause climatiche contro società petrolifere e carbonifere. Finora, però, nessuna di queste campagne ha raggiunto l’esito ottenuto dalle cause sul tabacco. E anche il mondo del vaping non sembra estraneo alle mire di quanti cercano di mettere un bastone negli ingranaggi del settore, spesso avanzando ipotesi slegate da qualsiasi riferimento scientifico.
Ora il procedimento contro Meta riporta al centro la stessa domanda: se un prodotto può creare dipendenza e provocare danni alla salute, soprattutto tra i minori, fino a che punto la responsabilità può ricadere sull’azienda che lo ha progettato e commercializzato? Si vedrà che risposta daranno i tribunali.

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