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Le sigarette elettroniche tornano, loro malgrado, al centro di una vicenda di cronaca che rischia di alimentare nuova disinformazione. A Ho Chi Minh City, in Vietnam, la polizia ha arrestato 65 persone con l’accusa di far parte di un’organizzazione transnazionale dedita al traffico di stupefacenti. Tra gli arrestati figurano anche dieci cittadini stranieri, tra cui quattro di Singapore, quattro della Malesia e due di Taiwan. Secondo quanto riferito dagli investigatori, il gruppo criminale acquistava liquidi per sigarette elettroniche ai quali veniva aggiunto etomidate, un potente anestetico normalmente impiegato in ambito medico, per poi rivendere le cartucce adulterate sul mercato illegale. I dispositivi così modificati, conosciuti con il nome di “Kpod”, provocherebbero nei consumatori gravi effetti neurologici e comportamentali. Le autorità vietnamite parlano di convulsioni, episodi psicotici, alterazioni dello stato di coscienza e comportamenti definiti “stile zombie”. L’inchiesta è ancora in corso e gli investigatori stanno cercando di ricostruire l’intera rete di approvvigionamento e distribuzione.
La vicenda richiama inevitabilmente alla memoria quanto accaduto negli Stati Uniti nel 2019 con l’epidemia di Evali, la grave sindrome polmonare inizialmente attribuita, in maniera generica, alle sigarette elettroniche. Solo successivamente le indagini dei Centers for Disease Control and Prevention e delle autorità sanitarie statunitensi dimostrarono che la quasi totalità dei casi era legata all’utilizzo di cartucce illegali contenenti THC adulterato con acetato di vitamina E, una sostanza oleosa del tutto estranea ai liquidi per sigarette elettroniche regolamentati. La sigaretta elettronica finì così per essere associata nell’opinione pubblica a una crisi sanitaria che aveva invece origine nel mercato nero e nella contraffazione. Il caso vietnamita presenta dinamiche analoghe e dimostra ancora una volta come il dispositivo venga utilizzato semplicemente come veicolo di assunzione di sostanze completamente diverse da quelle previste per il suo normale impiego. Attribuire la responsabilità alla sigaretta elettronica sarebbe concettualmente errato quanto attribuire a una siringa la responsabilità degli effetti di una sostanza stupefacente iniettata al suo interno. Il problema non è lo strumento, ma ciò che viene deliberatamente introdotto e consumato attraverso di esso. La differenza tra i prodotti regolamentati e quelli provenienti dal mercato illegale resta quindi fondamentale. I liquidi autorizzati sono soggetti a norme specifiche sulla composizione, sulla produzione e sui controlli di qualità. I prodotti adulterati dalla criminalità organizzata, invece, sfuggono a qualsiasi controllo e possono contenere principi attivi farmacologici o sostanze illecite con conseguenze imprevedibili per la salute.
Il rischio è che episodi come quello emerso in Vietnam vengano raccontati in modo superficiale, alimentando ancora una volta l’equazione “sigaretta elettronica uguale pericolo”, senza distinguere tra un prodotto regolamentato destinato alla riduzione del danno da fumo e dispositivi trasformati dalla criminalità in strumenti per la somministrazione di droghe. Una narrazione simile potrebbe riaprire un dibattito già visto durante l’emergenza Evali, con il concreto pericolo di confondere nuovamente le responsabilità e compromettere la corretta informazione sui prodotti del vaping.



