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“Senza nicotina e senza fumo non sono obiettivi di salute pubblica equivalenti. Se l’obiettivo ultimo della politica sul tabacco è prevenire il cancro, le malattie cardiovascolari, la broncopneumopatia cronica ostruttiva e le morti premature, allora al centro della valutazione delle politiche europee devono rimanere il rischio relativo dei diversi modi di assumere nicotina e la loro capacità di sostituire le sigarette”.

Sulla testata lituana Alpha il professor Karl E. Lund, ricercatore senior presso l’Istituto norvegese di sanità pubblica, invita l’Unione europea a non confondere due obiettivi profondamente diversi: ridurre i danni provocati dal fumo e ridurre il consumo di nicotina in quanto tale. Un equivoco che, secondo Lund, rischia di compromettere proprio il principale obiettivo di salute pubblica: diminuire malattie e morti causate dal fumo. Il ragionamento si inserisce nel dibattito sulla revisione della Direttiva europea sui prodotti del tabacco e di quella sulla pubblicità, che riguarda sigarette tradizionali, sigarette elettroniche, prodotti a tabacco riscaldato e altri prodotti contenenti nicotina. L’obiettivo dichiarato dall’Europa è arrivare entro il 2040 a una generazione senza tabacco. Ma per Lund la questione fondamentale è stabilire se la politica debba concentrarsi sull’eliminazione del fumo e dei suoi danni oppure sull’eliminazione della nicotina.
“Abbiamo solide conoscenze che dimostrano come i prodotti contenenti nicotina siano in concorrenza tra loro e possano sostituirsi reciprocamente”, sostiene. Da qui la proposta di una regolamentazione proporzionata al rischio, capace di incentivare i consumatori a scegliere le alternative meno pericolose invece di sottoporre prodotti molto diversi allo stesso trattamento regolatorio. Lund mette in discussione anche l’efficacia di un ulteriore irrigidimento delle tradizionali politiche di controllo del tabacco. Dopo quarant’anni di ricerca, afferma di aver dovuto riconoscere, “seppure con una certa riluttanza”, che avvertimenti, campagne, aumenti delle tasse, restrizioni e stigmatizzazione dei fumatori producono risultati sempre più bassi. E possono avere conseguenze collaterali, aumentando il peso sulle fasce più vulnerabili e favorendo il commercio illegale.
Il ricercatore richiama quindi l’esperienza di Svezia e Norvegia, dove il progressivo avvicinamento a una società senza fumo è avvenuto anche grazie alla disponibilità di prodotti orali a base di nicotina non combustibili, in particolare lo snus. Secondo Lund, lo snus ha sottratto una quota significativa di mercato alle sigarette senza determinare un’espansione complessiva del mercato della nicotina. “Un prodotto può essere dannoso se valutato individualmente, ma insieme essere vantaggioso per la società nel suo complesso se sostituisce un prodotto molto più pericoloso”, osserva. È una frase che sintetizza il principio della riduzione del danno applicato alla politica sul tabacco: la valutazione di un prodotto non dovrebbe limitarsi al rischio assoluto, ma considerare anche ciò che accade quando quel prodotto sostituisce la combustione.
L’autore riconosce naturalmente la necessità di proteggere i giovani e i non consumatori di nicotina. Ritiene quindi legittimo intervenire su accessibilità, aromi, marketing, attrattività dei prodotti, concentrazione di nicotina e pubblicità. Il problema, sostiene, nasce quando questo obiettivo diventa il principio dominante anche nella regolamentazione di prodotti destinati agli adulti fumatori e potenzialmente in grado di sostituire le sigarette. “Una politica che vieta o limita fortemente prodotti a base di nicotina molto meno rischiosi, consentendo al tempo stesso di continuare a vendere sigarette, rischia di violare i principi di proporzionalità, riduzione del danno, autonomia, principio del non nuocere e giustizia distributiva. In breve, è eticamente sbagliata”, afferma senza mezzi termini.
Il rischio, secondo Lund, è quello che definisce un caso di “deriva degli obiettivi”: l’obiettivo originario, cioè ridurre i danni provocati dal fumo, viene progressivamente ampliato fino a trasformarsi nell’ambizione di costruire una società libera dalla nicotina. Ma, avverte, questa trasformazione potrebbe condurre a divieti o forti limitazioni delle sigarette elettroniche e delle bustine di nicotina, finendo così per danneggiare proprio la finalità iniziale. La conclusione è netta: “La Svezia ha dimostrato che una società senza fumo è raggiungibile. Estendere questo obiettivo a una società senza tabacco e, ancor più, senza nicotina, è invece del tutto irrealistico”. Per il ricercatore, l’Europa dovrebbe dunque abbandonare una prospettiva esclusivamente paternalistica e guardare al problema “dal basso verso l’alto”, tenendo conto dei comportamenti reali dei consumatori e delle differenze di rischio tra i prodotti.
Perché, in definitiva, la domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto quanta nicotina consuma una persona, ma soprattutto se quella persona sta fumando. E, se fuma, quale possibilità concreta esiste di portarla fuori dalla combustione.



