L'attualità quotidiana sulla sigaretta elettronica

Il rischio di una scienza matrigna che cerca solo conferme

Il focus del nuovo numero della rivista cartacea punta sull'indirizzo ideologico che pare ormai aver colpito la classe medico-sanitaria internazionale.

La scienza dovrebbe essere, per definizione, imparziale. Osservare la realtà, formulare ipotesi, verificarle, correggerle quando i dati dimostrano che erano sbagliate. Nel campo del tabacco, però, sembra talvolta accadere qualcosa di diverso: la scienza viene chiamata a confermare una posizione già decisa, più che a mettere in discussione le convinzioni di chi la utilizza. È questo il senso del titolo che abbiamo scelto per questo numero di Sigmagazine: “La scienza matrigna”. Non una scienza cattiva, naturalmente, ma una scienza che rischia di comportarsi da matrigna quando applica criteri differenti a seconda del risultato che vuole ottenere.
La riduzione del danno da fumo è probabilmente uno dei terreni sui quali questa contraddizione emerge con maggiore evidenza. Nessuno dovrebbe sostenere che le sigarette elettroniche siano innocue. Non lo sono e non abbiamo bisogno di sostenerlo. La domanda scientificamente corretta è un’altra: per un fumatore adulto che non riesce o non vuole smettere, passare completamente dalle sigarette combustibili a un prodotto senza combustione comporta un rischio maggiore, uguale o inferiore? La risposta dovrebbe arrivare dal confronto tra i rischi, non dal confronto tra il prodotto alternativo e un ideale di salute assoluta. Eppure il dibattito pubblico finisce spesso per trasformare “meno dannoso” in “sicuro”, per poi concludere che, non essendo sicuro, non può essere considerato una soluzione. È un ragionamento che rischia di perdere di vista proprio il fumatore che si vorrebbe proteggere.
L’Organizzazione mondiale della sanità continua a sottolineare i rischi delle sigarette elettroniche, l’incertezza sugli effetti a lungo termine e la necessità di proteggere i giovani. Sono obiettivi condivisibili. Ma la stessa severità dovrebbe accompagnarsi alla capacità di distinguere tra chi non ha mai fumato e chi fuma da venti o trent’anni. La scienza non dovrebbe scegliere tra proibizionismo e liberalizzazione. Dovrebbe misurare. Dovrebbe distinguere. Dovrebbe riconoscere ciò che ancora non sa e, soprattutto, non dovrebbe avere paura delle evidenze che contraddicono una posizione precedente. Perché la riduzione del danno non chiede di sostituire una certezza con un’altra. Chiede semplicemente di accettare un principio tanto semplice quanto difficile: se non possiamo ottenere il rischio zero, dobbiamo almeno essere capaci di ridurre il rischio.
E quando la scienza smette di interrogarsi e comincia a giudicare, quando seleziona le evidenze invece di confrontarle, quando considera il dubbio una minaccia anziché uno strumento, allora rischia di diventare davvero una matrigna. Non perché sia contro qualcuno, ma perché finisce per dimenticare proprio coloro che avrebbe il compito di proteggere: milioni di fumatori adulti per i quali smettere non è una dichiarazione di volontà, ma una conquista spesso difficile e non sempre possibile.
È a loro che dovrebbe guardare, prima di tutto, una scienza davvero libera.

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