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Sigaretta elettronica, in Cina i divieti riportano alle sigarette tradizionali

Uno studio cinese rileva un'associazione tra riduzione del vaping e aumento del fumo. Resiste il mercato informale.

Le restrizioni introdotte dalla Cina nel 2022 sulle sigarette elettroniche, con il divieto degli aromi diversi dal tabacco e il blocco delle vendite online, hanno prodotto cambiamenti comportamentali molto più limitati di quanto atteso e non hanno impedito la diffusione di canali di approvvigionamento informali e prodotti non autorizzati. È quanto emerge da uno studio condotto su 1.630 utilizzatori cinesi di sigarette elettroniche e pubblicato sull’International Journal of Drug Policy, che ha analizzato attraverso un approccio misto, quantitativo e qualitativo, gli effetti delle misure di regolamentazione a oltre due anni dalla loro entrata in vigore. “Effects of China’s E-cigarette administration measures on users: a mixed-methods study of perceptual and behavioural changes among Chinese e-cigarette users” è il titolo della ricerca, realizzata da otto autori, coordinate da Yuchen Zhao, della Fudan University di Shanghai.
Lo studio ha coinvolto persone di età compresa tra 18 e 45 anni che utilizzavano regolarmente la sigaretta elettronica prima dell’introduzione delle misure. I ricercatori hanno raccolto i dati tra ottobre e dicembre 2024 attraverso un questionario, al quale hanno risposto 1.630 persone, e 25 interviste individuali approfondite. Tra i partecipanti al sondaggio, 1.084 erano ancora utilizzatori di sigarette elettroniche, 274 avevano smesso dopo l’entrata in vigore delle misure e 272 avevano smesso prima. Il 16,8 per cento del campione complessivo ha quindi dichiarato di aver abbandonato la sigaretta elettronica dopo l’introduzione della regolamentazione.
Il primo elemento che emerge è però che il mercato legale non è riuscito a determinare una vera riduzione della disponibilità degli aromi e dei canali di acquisto. Soltanto l’11,6 per cento dei partecipanti ha riscontrato una diminuzione della varietà degli aromi utilizzati e appena il 10,7 per cento una riduzione dei canali di acquisto. Al contrario, il 25,1 per cento ha riferito un aumento della varietà degli aromi e il 20,5 per cento un ampliamento dei canali attraverso i quali procurarsi i prodotti. Le interviste spiegano in parte questo risultato: gli aromi vietati sarebbero rimasti disponibili attraverso venditori non autorizzati, canali privati, contatti tramite social network e prodotti provenienti dall’estero. Anche la vendita online non sarebbe stata eliminata, ma avrebbe semplicemente cambiato forma: dagli spazi commerciali pubblici si sarebbe spostata verso canali più riservati, come contatti personali e account WeChat. Secondo gli autori, proprio la capacità del mercato informale di adattarsi alle restrizioni avrebbe limitato l’efficacia delle misure.
Un altro dato particolarmente interessante riguarda la percezione del rischio. Il 55,4 per cento dei partecipanti ritiene che le sigarette elettroniche attualmente commercializzate siano meno dannose rispetto a quelle disponibili prima delle misure. Gli autori collegano questa percezione soprattutto all’introduzione dei prodotti conformi al cosiddetto “nuovo standard nazionale”, interpretato da alcuni utilizzatori come una sorta di certificazione di sicurezza. La regolamentazione sembra avere avuto effetti differenti anche sui comportamenti di consumo. Tra i 1.084 utilizzatori che continuavano a usare la sigaretta elettronica, il 30,1 per cento ha riferito una diminuzione dei consumi, mentre il 38,1 per cento non ha rilevato cambiamenti e il 31,8 per cento ha dichiarato di aver aumentato il consumo dopo l’introduzione delle misure. La riduzione della varietà degli aromi risultava associata a una maggiore probabilità di smettere e di ridurre il consumo, mentre una maggiore disponibilità di canali di acquisto era associata a una minore probabilità di abbandonare la sigaretta elettronica.
Ma è il rapporto con il consumo di sigarette tradizionali a rendere particolarmente significativo il risultato. L’analisi statistica ha infatti rilevato un’associazione tra le variazioni nell’uso della sigaretta elettronica e quelle delle sigarette tradizionali. In particolare, tra i partecipanti che avevano ridotto il vaping erano un’alta percentuale aveva contemporaneamente aumentato il consumo di sigarette tradizionali. Al contrario, tra chi aveva aumentato l’uso della sigaretta elettronica era diminuito il consumo di sigarette tradizionali. Le interviste forniscono una possibile spiegazione di questo fenomeno. Alcuni partecipanti hanno riferito che la perdita degli aromi e la maggiore difficoltà di accesso avevano ridotto l’attrattiva della sigaretta elettronica come alternativa alle sigarette tradizionali. Per alcuni, la maggiore disponibilità delle sigarette convenzionali avrebbe quindi favorito il ritorno al fumo. Gli autori sottolineano inoltre che le misure cinesi non sembrano aver prodotto un effetto uniforme sulla popolazione studiata. Accanto al 31,8 per cento che ha aumentato il consumo di sigarette elettroniche, infatti, il 30,1 per cento lo ha ridotto. E il 16,8 per cento dell’intero campione ha dichiarato di aver smesso. La regolamentazione, dunque, ha modificato i comportamenti di una parte degli utilizzatori, ma non nella direzione univoca ipotizzata dagli obiettivi di controllo del mercato.
Nelle conclusioni, gli autori sostengono che la diffusione dei canali informali e dei prodotti non autorizzati abbia limitato gli effetti delle misure cinesi, proponendo un rafforzamento dei controlli e della comunicazione sui rischi, oltre a una maggiore uniformità della regolamentazione. Al di là delle indicazioni formulate dagli stessi ricercatori, però, il dato che emerge con chiarezza è che restringere l’offerta legale di sigarette elettroniche non equivale necessariamente a eliminarne l’accesso e può causare, almeno per una parte degli utilizzatori, uno spostamento verso le ben più dannose sigarette tradizionali.

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