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Decreto Aams, reazioni e commenti della filiera della sigaretta elettronica

È "moderatamente positivo" il giudizio a caldo della presidente dell'associazione dei negozianti Anide, Elisabetta Robotti. Dopo una prima lettura del decreto direttoriale dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che specifica requisiti e obblighi per i negozi specializzati in prodotti del vaping, Robotti evidenzia alcuni aspetti positivi: "Così si ripulirà il mercato, evitando che liquidi e sigarette elettroniche siano venduti anche dal calzolaio. Ritengo sia opportuno chiedere ad Aams l'autorizzazione, che ci consentirà di lavorare più protetti". Ma, sottolinea la presidente Anide, "rimane il problema della tassa troppo alta" che a questo punto è la vera priorità. "Il disegno è limitare a zero qualsiasi tipo di forzatura: chi entra in questo mercato deve rispettare regole", commenta Fabio Regazzi, fondatore di Categoria e particolarmente interessato al canale di vendita di farmacie e parafarmacie, anch'esse comprese dal decreto. "Siamo tutti a posto da domattina, ad eccezione di chi ha fatto cose non lecite. Ma sono proprio questi l’obiettivo del decreto", spiega Regazzi, critico solo sui tempi concessi per richiedere l'autorizzazione: "Trenta giorni sono proprio pochi". Ma conclude con una nota positiva: "Dopo nove anni di fatica e di sudore finalmente credo che siamo arrivati al 'giorno uno'. Adesso il mercato c’è, giochiamo con regole chiare e i pirati verranno estromessi". Umberto Roccatti, presidente di Anafe e di Puff, grande catena di franchising italiana, si dichiara "sostanzialmente contento di come sia stato redatto il decreto". Sottolinea come molto sia stato ottenuto in "conseguenza dell'emendamento Rotta-Boccadutri per cui Anafe si è molto prodigata". L'unico elemento che lascia perplessi, secondo Roccatti, riguarda il divieto di vendita ai minori di liquidi senza nicotina. "Noi pensiamo – commenta - che una legge dello Stato non possa essere scavalcata da un decreto di una agenzia nazionale. Il Rotta-Boccadutri sostiene che Aams debba garantire il rispetto del divieto, ovvero di quello esistente e normato dal Ministero della salute. Non prevede che possa precludere ad altri soggetti un diritto garantito dal ministro Lorenzin". "Non è certamente quello che volevamo, - dichiara Michele Matera, presidente dell'associazine negozianti Aise - noi chiedevamo una regolarizzazione che non fosse il semplice assoggettamento al monopolio". Dopo questa premessa, però, Matera sottolinea che "non è andata malissimo" e che le aspettative erano molto più tetre. Il presidente di Aise sottolinea che "rimane da chiarire cosa fare con le scorte", cioè con quella merce acquistata dai negozianti senza tassa piena. L'associazione sta comunque preparando un vademecum in collaborazione con i suoi legali che spieghi le nuove regole agli associati. Più critica la presidente di Uniecig, Antonella Panuzzo, che affida le perplessità della sua associazione ad un comunicato. "Premesso che non è una gioia per noi essere assoggettati ad AAMS - si legge nel breve documento - da tempo era necessaria una regolamentazione dell’intero settore del vaping. Speravamo che con il decreto si ponesse fine ad alcune incertezze normative su oneri e doveri dei rivenditori". Invece Uniecig evidenzia alcuni punti critici del decreto. "Ad una prima lettura - scrive Panuzzo - c'è da evidenziare il punto 4 (a) dell'articolo 1 che chiede al rivenditore di impegnarsi: 'a verificare che i prodotti da inalazione senza combustione costituiti da sostanze liquide, contenenti nicotina commercializzati siano conformi alle disposizioni dell’articolo 21, commi 6, 7, 8 e 9, del decreto legislativo 12 gennaio 2016, n. 6, e successive modificazioni'". L’articolo 21 comma 6 ad lettera D recita che il liquido contenente nicotina deve essere prodotto utilizzando solo ingredienti di elevata purezza e continua recitando 'le sostanze diverse dagli ingredienti al cui comma 3 (b), possono essere presenti nel liquido contenente nicotina solo a livello di tracce …'. "Tali informazioni - conclude Uniecig - non possono essere acquisite dal negoziante che non puó quindi farsene garante. Si evince quindi che in alcuni punti siamo ben lontani dalla chiarezza che ci si auspicherebbe per poter lavorare in serenitá".

Nel Regno Unito parte VApril, il mese per passare al vaping

"Accetta la sfida di VApril". È questo lo slogan della prima campagna nazionale organizzata nel Regno Unito dalla UK Vaping Industry Association (UKVIA). Ricalcando lo schema del mese anti-fumo e della fortunata iniziativa Stoptober, l'associazione ha scelto il mese di aprile per convincere i fumatori a passare alla sigaretta elettronica. Forte delle prese di posizione di Public Health England che ha eletto l'ecigarette il più efficace strumento di riduzione del danno, giudicandola del 95 per cento meno dannosa del tabacco, l'industria del vaping ha deciso di concentrare gli sforzi per aumentare la consapevolezza dell'opinione pubblica. La sfida di VApril, in pratica, si articola in tre passaggi. Prima di tutto i fumatori sono invitati a partecipare a delle "vaping masterclass" che si terranno nei negozi specializzati delle principali città del Paese. Durante queste lezioni gli esperti illustreranno i vari sistemi e i diversi aromi disponibili sul mercato, cercando di trovare la sigaretta elettronica adatta ad ogni tipo di partecipante, in base alle abitudini di fumo di ciascuno. Il secondo step prevede l'uso della guida Vape to break the smoking habit, creata ad hoc per i principianti. Qui si trovano infatti tutti i consigli per passare dalla sigaretta di tabacco all'elettronica: dati scientifici per sostenere la motivazione, consigli sulla giusta concentrazione di nicotina da utilizzare, spiegazione dei componenti del device e una guida all'evoluzione da principiante a veterano del vaping. Il terzo passaggio, infine, è quello social. I nuovi vaper sono invitati a condividere con video e foto la loro esperienza sulle pagine social della campagna, ma anche a partecipare alle conversazioni e cercare di risolvere dubbi e problemi. "Sarà la più grande campagna mai effettuata dall'industria del vaping – commenta il direttore di UKVIA John Dunne – e dimostra i progressi che ha compiuto il settore in un periodo relativamente breve". "La sfida per l'industria, il governo e la comunità sanitaria – continua – è quella di far capire che la sigaretta elettronica comporta un rischio estremamente ridotto rispetto al fumo e che quasi 3 milioni di fumatori oggi sono passati all'ecig". Il frontman della campagna è il dottor Christian Jensen, volto noto della medicina britannica. "Mi sorprende e mi delude sempre – dichiara – sentire che in questo Paese ci sono ancora 7 milioni di fumatori e che, secondo Public Health England, il 40 per cento di loro non ha mai provato la sigaretta elettronica. Inoltre più della metà della popolazione non sa che il vaping è molto meno dannoso del fumo". "Per questo – conclude Jensen – sostengo con convinzione l'idea di una campagna nazionale come VApril, che incoraggi i fumatori a fare il primo passo per smettere".

Sigarette elettroniche: che invidia, siete inglesi!

(tratto da Sigmagazine bimestrale #7 marzo-aprile 2018) Il Regno Unito è ormai diventato il grande laboratorio della sigaretta elettronica. In nessun altro Paese al mondo, infatti, lo strumento di riduzione del danno è stato accolto con tanta apertura. Alla iniziale curiosità, si è gradualmente sostituita una crescente benevolenza, fino ad arrivare ad un riconoscimento pressoché unanime della sua utilità. Le autorità sanitarie britanniche hanno piantato delle pietre miliari nel riconoscimento del vaping come alleato per la riduzione dei tassi di fumatori. Nel 2015 l’agenzia del Ministero della salute, Public Health England, rompeva gli indugi e, mettendo nero su bianco che l’ecig era molto meno dannosa del tabacco, concludeva: “Abbiamo la possibilità di aiutare i fumatori a smettere e quindi possiamo incoraggiare i fumatori a provare a svapare”. Sei mesi dopo a questa posizione si aggiungeva la prestigiosa benedizione del Royal College of Physicians che, in base agli studi disponibili, identificava una percentuale per la riduzione del danno dell’elettronica rispetto alla sigaretta convenzionale: il 95 per cento. Un dato impressionante che ha dato – e dà tuttora – ossigeno ai sostenitori del vaping in tutto il mondo. Da allora la strada dell’ecigarette nel Regno Unito è stata in discesa, complice anche una classe politica che non si è limitata a demandare il suo compito di legislatore ad oscuri funzionari, ma ha svolto il suo ruolo attivamente. L’ultimo esempio è quello dello scorso gennaio, quando lo scienziato siciliano Riccardo Polosa è stato ascoltato, insieme ad altri colleghi, dal Parlamento inglese. Proprio quel Polosa che potrebbe rappresentare il fiore all’occhiello della nostra ricerca e che invece in Italia nessuno si degna di ascoltare. Nemo profeta in patria, si dice. Ma la saggezza degli antichi offre scarsa consolazione quando si parla della salute pubblica. Alla fine del 2016 anche il Royal College of General Practitioners, quelli che da noi sono i medici di base, sollecitava la categoria a “consigliare e supportare l’uso della sigaretta elettronica fra i pazienti che volevano smettere di fumare” e spronava a “non rinviare i benefici di questo strumento per contrastare il tabagismo”. Lo stesso ha fatto la British Psychological Society, convinta che i pazienti psichiatrici – fra i quali si registra un tasso di tabagisti superiore alla media nazionale  – possano trarre grandi vantaggi dal passaggio all’ecig, senza che il loro equilibrio sia minato da crisi di astinenza. Molti sono anche gli ospedali che hanno abolito il divieto di svapare, inasprendo quello di fumo. Il primo fu quello di Glasgow, in Scozia, seguito da molti altri, fino ad arrivare alle raccomandazioni emanate in questi giorni da Public Health England, che prevedono che l’ecig siano messe in vendita all’interno degli ospedali. Non si contano gli interventi a favore del vaping di Cancer Research UK – l’Istituto nazionale contro il cancro –  che non solo fa da anni informazione a tutti i livelli e in tutti i registri, ma si sforza strenuamente anche di contrastare la disinformazione scientifica e mediatica. Nel Regno Unito la sigaretta elettronica è entrata anche nelle carceri, per tutelare la salute dei detenuti, ma anche degli agenti penitenziari e di tutti gli operatori che vi lavorano. E dove aveva fallito il divieto di fumo tout court, ha avuto successo l’introduzione dell’ecig e i programmi sperimentali si sono trasformati in misure permanenti. Insomma, la sigaretta elettronica è entrata in carcere e ci resterà a vita, mentre in Italia non si riesce a concretizzare una misura analoga, ancora prigioniera nei meandri della nostra burocrazia bizantina. Lo scorso anno, nel mese di ottobre, l’elettronica è stata protagonista principale della campagna annuale antifumo del Ministero della salute, Stoptober. Grazie alla collaborazione con l’associazione dei produttori dei prodotti per il vaping, la campagna si è svolta su livelli multipli, coinvolgendo autorità e operatori sanitari, ma anche negozi di sigarette elettroniche, produttori e distributori. E, soprattutto, i centri antifumo, che nel Regno Unito funzionano davvero. E ormai sono lontani i giorni in cui la pioniera Louise Ross, direttrice dello Stop Smoking Centre di Leicester, nello scetticismo generale si recava allo stadio o tappezzava di manifesti le strade di Leicester per convincere i fumatori a passare al vaping. Oggi tutti i centri antifumo del Paese sono chiamati a fare la loro parte e gli operatori non restano abbarbicati alla vereniclina, i cerotti alla nicotina o al counselling psicologico, ma si avvalgono dell’unico strumento che ha dimostrato di funzionare davvero: la sigaretta elettronica. E per aiutarli, il National Centre for Smoking Cessation and Training ha appena messo a punto una guida dettagliata, riservata proprio agli operatori sanitari. Tutto questo dipinge il quadro di uno sforzo davvero corale per contrastare il fumo, che sta dando i suoi frutti, visto che il tasso di fumatori nel Paese ha raggiunto i minimi storici e i vaper esclusivi hanno superato quelli duali. Ma soprattutto, dipinge l’immagine di un Paese vitale e pieno di energie, che sceglie quale strada percorrere in autonomia, con una classe medica e politica che si interroga e apre nuove vie, senza avere paura di contrastare interessi costituiti e organizzazioni polverose, alle quali rimane poco più del blasone. Il Regno Unito è vivo ed è lì che dobbiamo rivolgerci come al grande laboratorio mondiale che darà tutte le risposte sul vaping. A noi, per ora, non resta che restare a guardare e provare una benevola invidia.

Vigili del Fuoco Londra: “Il fumo è killer, usate la sigaretta elettronica”

Fra i più ardenti – è proprio il caso di dirlo – sostenitori del vaping contro il fumo c’è da qualche tempo la London Fire Brigade, il corpo dei vigili del fuoco della capitale inglese. La prima presa di posizione avvenne esattamente un anno fa, quando la LSB caricò su Twitter un video che mostrava gli effetti devastanti degli incendi causati dalle sigarette. La clip era corredata da un tweet: “Lo scorso anno ventuno londinesi sono morti per incendi legati al fumo, il doppio dell’anno precedente. Smettete di fumare subito”. Nei commenti un vaper chiese quante persone nello stesso periodo erano decedute in incendi causati dalle sigarette elettroniche e la risposta fu chiarissima: “Nessuno”. Un mese dopo, in occasione della giornata mondiale della salute, i pompieri londinesi decidono di prendere apertamente posizione e, sempre sul loro account twitter, scrivono: “I nostri ultimi dati dimostrano che l’ecig è una scelta sicura per ridurre i rischi d’incendio”. Sotto la foto di una box corredata da una didascalia: “Negli ultimi tre anni ci sono stati oltre 3.500 incendi causati dai mozziconi di sigaretta. Nello stesso periodo le sigarette elettroniche ne hanno causati solo 14”. Sono numeri che non hanno bisogno di commento, eppure raramente gli incendi causati da sigarette accese raggiungono gli onori delle cronache, mentre quando una sigaretta elettronica prende fuoco – anche senza causare danni a cose o persone – la notizia fa il giro del mondo in poche ore. Anche per questo motivo la London Fire Brigade decide di ritornare sull’argomento, questa volta tramite un intervento sul sito ufficiale del corpo. “Si ritiene erroneamente – spiega Dan Daly, addetto alla sicurezza della Brigade – che le sigarette elettroniche siano a rischio di incendio, ma la verità è che ne hanno causato un numero davvero esiguo e di solito accade perché il device è rotto o è stato utilizzato un caricatore difettoso. Il fumo, invece, è un killer”. E la definizione è piuttosto calzante, se si guardano i dati appena diffusi dalla LFB. Solo negli ultimi dodici mesi, otto persone sono morte a Londra in incendi dovuti al fumo. Negli ultimi cinque anni sono scoppiati in media 22 incendi alla settimana per colpa delle sigarette: 5978 in totale con un bilancio di 416 feriti e 76 morti. Nello stesso quinquennio nella capitale inglese gli incendi causati dalle sigarette elettroniche sono stati appena 20, meno di quelli scatenati dal tabacco in una sola settimana. Il fumo uccide in molti modi, dunque, non solo attraverso le malattie indotte dal consumo. La causa più comune degli incendi sono le persone che si addormentano con la sigaretta accesa, oppure che svuotano il portacenere senza aver spento del tutto mozziconi e fiammiferi. “Sono morti e feriti che si potrebbero evitare – commenta Daly – smettendo di fumare o passando al vaping”. E poi conclude: “Preferiremmo che la gente non fumasse, ma se lo fa la sigaretta elettronica è la scelta più sicura”. Anche per evitare gli incendi.

Centro di ricerca contro il cancro promuove la sigaretta elettronica

Si chiama “Vape to Quit” – Svapa per smettere – la campagna lanciata da Yorkshire Cancer Research, la fondazione per la lotta contro il cancro della contea dell’Inghilterra settentrionale. Qui si registra il più alto tasso di fumatori del Paese e il consumo di tabacco è la prima causa di morte prematura. Secondo i dati è infatti dovuto alle sigarette l’80 per cento dei tumori ai polmoni, il 37 per cento di quelli alla vescica e il 23 per cento di quelli al fegato. E per convincere i suoi 750mila fumatori a smettere, le autorità sanitarie locali hanno deciso di puntare sulla sigaretta elettronica. Yorkshire Cancer Research pone l’accento su alcuni punti chiave: l’ecig è del 95 per cento meno dannosa del tabacco, non produce le sostanze cancerogene dovute alla combustione, non è dannosa per chi ne respira passivamente il vapore e aumenta le probabilità di riuscire a smettere di fumare definitivamente. Per questo la fondazione esorta gli operatori sanitari a sostenere in ogni modo i fumatori che scelgono di smettere utilizzando l’ecig. L’urgenza trova espressione nelle dichiarazioni della dottoressa Kathryn Scott, a capo dello Yorkshire Cancer Research. “Le sigarette elettroniche sono ancora relativamente nuove – spiega  – e bisognerà fare ulteriori ricerche sul loro effetto a lungo termine. Ma la metà dei fumatori morirà a causa del fumo se non smette. Bisogna agire subito. Non possiamo permetterci di aspettare mentre la salute di centinaia di migliaia di persone nello Yorkshire è danneggiata dal tabacco”. Non c’è dubbio, continua Scott, sul fatto che l’ecig sia notevolmente più sicura della sigaretta e che sia un efficace strumento per smettere. E tanto basta. La fondazione chiede anche che nei luoghi pubblici e di lavoro sia fatta una netta distinzione fra fumo e vaping. “Sono due attività completamente differenti – spiega Scott – e come tali vanno trattate”. Dunque non vi sono giustificazioni per costringere i vaper a condividere gli stessi spazi dei fumatori, né di proibire l’elettronica dove non è consentito fumare. “Svapare – continua la dottoressa – deve essere una scelta più comoda, oltre che più sicura". L’ultima raccomandazione di Kathryn Scott è destinata a chi fa informazione. “La copertura negativa dei media – spiega – ha portato a credere erroneamente che svapare sia pericoloso, mentre la verità è che la sigaretta elettronica ha il potenziale di ridurre i danni che il tabacco causa ai fumatori, a chi sta loro vicino e all’intera società”.

Campagne antifumo, gli esperti: no immagini shock, sì aumento del prezzo

Non è il pacchetto di sigarette neutro, cioè senza loghi e immagini di riconoscimento, la soluzione al tabagismo. Questo sembra emergere dalla Francia che, a poco più di un anno dall’introduzione di questa misura, tira le somme fallimentari dell’esperienza. Da gennaio 2017 il governo d’Oltralpe ha introdotto il pacchetto verde oliva – a quanto pare il colore meno invitante che esista – con foto shock e le avvertenze sul rischio che coprono l’intera superficie frontale e posteriore del parallelepipedo. La convinzione era che questo sarebbe servito ad abbassare il tasso dei fumatori francesi, attestato al 29 per cento. Ma non è andata così. Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio francese per le droghe e le dipendenze, infatti, nell’anno da poco terminato le vendite di sigarette si sono ridotte di un misero 0,7 per cento. Un risultato talmente esiguo da non lasciare spazio ad interpretazioni e che dovrebbe servire da monito a quei Paesi, come l’Italia, dove si discute l’adozione del pacchetto neutro, aspettandosi chissà quali risultati. D’altronde è da un po’ che psicologi e sociologi mettono in guardia sull’uso di messaggi terroristici e immagini shock per spingere i fumatori a smettere. Queste pratiche finiscono per rivelarsi controproducenti, perché inducono nei destinatari frustrazione, ansia e scarsa autostima o addirittura meccanismi di sfida. “Bisognerebbe lanciare slogan antifumo – commentava la dottoressa Sara Evans-Lacko a margine di uno studio pubblicato sulla rivista Social Science & Medicine - che si concentrino più sugli effetti positivi ottenuti da chi ha smesso di fumare e beneficia di una migliore qualità di vita”. Dunque governi e istituzioni sanitarie dovrebbero concentrarsi su misure che hanno già dimostrato di non essere efficaci. Ed è sempre la Francia ad indicare una via percorribile. Il 13 novembre 2018 ha aumentato di 30 centesimi il costo del pacchetto di sigarette e di 10 quello del tabacco da rollare e le vendite hanno registrato un calo. Dal 1 marzo di quest’anno il prezzo delle sigarette ha subito un aumento significativo, arrivando a 8 euro a pacchetto . Ma il governo Macron non intende fermarsi e prevede di arrivare a 10 euro entro il 2020 e in vista di questo ha adottato un piano quadriennale di riconversione dei tabaccai, che li aiuti a sopravvivere al calo di vendite del tabacco.